Sabato, 26 Aprile 2014 15:02

Ocadia (Mauremys) sinensis

Ocadia sinensis

Tartaruga cinese dal collo striato

Specie Acquatiche

Gray, 1834

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = BATAGURIDAE
Genere = OCADIA
Specie = OCADIA SINENSIS
La specie Ocadia sinensis non comprende sottospecie.

STATUS GIURIDICO
Ocadia sinensis non è inserita in nessun allegato CITES, quindi può essere commercializzata nella Comunità Europea. Risulta però inserita nel "IUCN Red List Status" e quindi protetta e monitorata periodicamente soprattutto perché, cosi come tutte le altre tartarughe asiatiche, è continuamente sottoposta a prelievi per scopi alimentari e per i mercati della terraristica europea e nordamericana.

DISTRIBUZIONE E HABITAT
La specie è diffusa in gran parte della Cina sud-orientale, nel Vietnam settentrionale e nelle isole di Hainan e di Taiwan. Occupa un'ampia varietà di habitat paludosi e fangosi: zone acquitrinose, paludi, corsi d'acqua con deboli correnti, pozze fangose, stagni ricchi di vegetazione sommersa e piante galleggianti. Essendo una buona nuotatrice è facile ritrovarla in acque molto profonde, ma allo stesso tempo gradisce anche zone paludose e poco profonde. Se si riesce a riprodurre un habitat di questo tipo, risponde bene alla vita di cattività.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
Pur essendo una gran nuotatrice e amante dell'acqua, non disdegna però, come la maggior parte delle tartarughe, trascorrere del tempo su un tronco, su un sasso o sulle rive di un fiume per ricevere i benefici dei raggi solari e mantenere alta la temperatura corporea.
La fase d'alimentazione e di predazione (poco frequente), è condotta quasi esclusivamente in acqua, dove è alla continua ricerca di vegetali e altro, ma è anche possibile vederla sulla terraferma alla ricerca di qualcos'altro. Si tratta di una specie che, provenendo da zone sub-tropicali, non sopporta tanto le basse temperature e quindi climi troppo freddi e gelidi; in natura non va in letargo viste le temperature dei suoi habitat, ma in cattività è possibile lasciarla andare in letargo, solo però in quelle zone dove le temperature non sono troppo basse. Tale fase inizia a fine ottobre e perdura fino a fine febbraio, immersa nell'acqua su fondali melmosi e fangosi.

CARATTERISTICHE FISICHE
Le dimensioni di questa specie, sono simili a quelle di molte altre tartarughe nord-americane, raggiungendo i 27 cm, anche se in cattività, le dimensioni medie si aggirano intorno ai 20/22 cm, poi naturalmente tutto dipende dall'alimentazione, dalle condizioni d'allevamento e dal sesso; in questa specie, come in molte altre i maschi rimangono più piccoli rispetto alle femmine.
Il carapace presenta tre carenature, una centrale e due laterali, molto evidenti negli esemplari giovani, che diventano meno evidenti in esemplari adulti. Il colore del carapace nei giovani è verde-marrone mentre le tre carenature variano dal giallo-arancio al marrone; con l'età, il carapace tende a scurirsi diventando quasi completamente nero chiaro.
Il piastrone presenta una colorazione di fondo giallo-arancio e delle macchie estese scure per ogni scudo.
La testa, cosi come le zampe e la coda, presentano delle striature orizzontali gialle e verdi scure (da cui deriva il nome comune). La coda, seppur con dimensioni differenti tra maschi e femmine, è molto più lunga del normale se paragonata a tante altre specie.

DIMORFISMO SESSUALE
Il dimorfismo sessuale, data la dimensione eccessiva della coda in questa specie, non e' cosi evidente come in molte altre specie: le femmine hanno dimensioni maggiori; il piastrone è piatto o convesso per aumentare lo spazio per contenere le uova, mentre l'apertura cloacale è all'interno dei margini dello scudo sopracaudale. I maschi, invece, sono più piccoli, presentano un piastrone concavo per facilitare l'accoppiamento.
La coda ha una base molto larga ed è più grande e lunga, inoltre l'apertura della cloaca è posta nella sua estremità, in prossimità della punta. Tutti questi caratteri sono ben visibili solo quando viene raggiunta la maturità sessuale: ovvero raggiunte le dimensioni di circa 16-18 cm e un'età variabile dai 5-7 anni.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Questa specie, molto diffusa sui mercati della terraristica italiana soprattutto da qualche anno e cioè dopo l'inserimento in Cites della Trachemys scripta elegans, può essere considerata molto robusta e di facile adattabilità alla cattività.
Per l'allevamento e il mantenimento di questa specie è ideale realizzare un terracquario con una porzione d'acqua pari al 75%, mentre nel restante 25% deve essere ricreata una zona di terra umida e muschio, dove questa specie trascorre diverse ore durante la giornata. Nella parte terrestre va collocato uno spot impostato ad una temperatura di 30°-32°, sotto al quale le tartarughe sostano per fare basking.
Nell'acqua, la cui temperatura può variare dai 25 ai 27 gradi, possono essere inserite diverse piante sommerse e galleggianti; inoltre bisogna ricreare un fondo melmoso di almeno 5-10cm dove le tartarughe amano nascondersi. Per finire, non deve mancare naturalmente un neon UVA e UVB, per favorire la crescita e la formazione ossea.
Tale sistemazione è ideale per esemplari appena nati e fino a quando le dimensioni non raggiungono almeno gli 8-10cm. Una volta raggiunte tali dimensioni è opportuno trasferire gli esemplari in un laghetto all'esterno. Viste le dimensioni di questa specie, può andar bene un laghetto di 3 x 2 metri (anche se dimensioni maggiori sono ben accette), la profondità minima è di 60-70 cm con un fondo melmoso di almeno 20-30cm.
Possono essere inserite piante galleggianti e sommerse, che servono alle tartarughe per nascondersi ma soprattutto per alimentarsi. Possiamo inoltre inserire del sughero e dei tronchi galleggianti e creare una zona emersa, dove fare basking. Infine, se si possiedono esemplari di sesso differente, e quindi favorire la riproduzione, è opportuno creare una zona ideale per la deposizione. E' importante ricordare che, è vivamente consigliato realizzare il laghetto in una zona molto soleggiata ma con zone d'ombra, e scegliere una zona molto tranquilla e poco frequentata. Infine, come gia detto, è possibile far trascorrere un periodo di letargo, durante l'inverno, solo però agli esemplari semiadulti e adulti e in luoghi non troppo freddi.

ALIMENTAZIONE
L'Ocadia sinensis è una specie quasi completamente erbivora e vegetariana, anche se non disdegna gli alimenti di origine animali. In natura si nutrono di ogni cosa che riescono a trovare in acqua ma anche in terra: erbe varie, vegetali, piante acquatiche, piante sommerse, frutti, e in quantità molto inferiori anche insetti, pesci, molluschi, crostacei, vermi e molto altro. In cattività, è fondamentale fornire ai nostri esemplari una dieta molto varia.
Possiamo offrire principalmente vegetali di ogni tipo, preferendo erbe ricche di fibre e calcio, trifoglio, tarassaco e cicorie varie, piante acquatiche come lenticchie d'acqua e lattuga d'acqua e altre piante sommerse; poi in aggiunta si può offrire della frutta con buon rapporto calcio/fosforo(massimo 15%). Infine per un massimo del 10% della dieta totale possiamo fornire: pesce (acquadelle, alborelle, latterini ecc.), crostacei, girini, insetti, lombrichi, chiocciole, camole della farina, camole del miele, pelletts per tartarughe.
In aggiunta, è opportuno somministrare degli integratori vitaminici e soprattutto del carbonato di calcio, in particolare ai soggetti più giovani e alle femmine nel periodo di deposizione.

RIPRODUZIONE
L'accoppiamento avviene principalmente in primavera, e cosi come accade nella maggior parte delle tartarughe acquatiche è opportuno fornire un'ampia zona di deposizione. La deposizione avviene dopo circa 60-70 giorni, in una zona molto soleggiata e molto tranquilla. Ogni covata varia dalle 2 alle 4 uova, per un totale di 3 covate l'anno. Il periodo d'incubazione varia dai 60 ai 120 giorni ad una temperatura variabile tra 28°-32°.
Per ottenere una schiusa più sicura è opportuno togliere le uova dal nido e metterle in incubatrice, utilizzando vermiculite idratata con acqua in rapporto 1:1, favorendo cosi un aumento di umidità, che in questa specie, deve essere molto alta, intorno al 80%. E' importante ricordare che le uova non devono essere capovolte per evitare la morte dell'embrione. I soggetti appena nati, di dimensioni ridotte appena 3cm, sono molto delicati e quindi richiedono più attenzione e maggiori cure. La prima fase d'alimentazione è la più critica, ma una volta superata tale fase, la crescita e l'allevamento dei piccoli non presenta particolari difficoltà, a patto però di rispettare tutte le nozioni precedentemente descritte.

Autore: Andrea Luison

 

Pubblicato in Tartarughe acquatiche
Sabato, 26 Aprile 2014 15:00

Geoclemys hamiltonii

Geoclemys hamiltonii

Specie Acquatiche

Gray, 1931

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = BATAGURIDAE
Genere = GEOCLEMYS
Specie = GEOCLEMYS HAMILTONII
La specie Geoclemys hamiltonii non comprende sottospecie.

STATUS GIURIDICO
È compresa nella Convenzione di Washington (C.I.T.E.S.) in Appendice I ed è anche sotto il controllo dell'Endangered Species Act. È a rischio estinzione e per questo motivo sono stati avviati molti programmi di riproduzione e salvaguardia di questa specie, da parte di zoo associazioni naturaliste.

DISTRIBUZIONE E HABITAT
La specie è presente in un limitato areale che si estende dal Pakistan e arriva fino al Bangladesh, attraversando l'India nord-orientale e il sud del Nepal. Si trova in grandi fiumi come l'Indo, il Gange e Brahmaputra. Anche se si hanno poche informazioni su le esigenze ambientali, si sa che occupa habitat paludosi e fangosi: zone acquitrinose, paludi, corsi d'acqua con deboli correnti, ricchi di vegetazione sommersa e galleggianti.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
Pur trascorrendo molto tempo in acqua, non disdegna però, come la maggior parte delle tartarughe, trascorrere del tempo su un tronco, su un sasso o sulle rive di un fiume per ricevere i benefici dei raggi solari e mantenere alta la temperatura corporea. Ho notato che amano molto nascondersi tra la vegetazione galleggiante e anche in zone di penombra.
La fase d'alimentazione e soprattutto di predazione, è condotta quasi sclusivamente in acqua, dove continuamente ricerca pesci, crostacei, molluschi, insetti e piccoli mammiferi. In natura, il periodo del letargo è quasi sconosciuto, in quanto i climi delle zone in cui vivono sono molto diversi e variabili.

CARATTERISTICHE FISICHE
Le dimensioni di questa specie si aggirano intorno ai 35 cm, anche se in cattività, le dimensioni medie si aggirano intorno ai 30 cm, poi naturalmente tutto dipende dall'alimentazione, dalle condizioni d'allevamento e dal sesso; in questa specie, come in molte altre i maschi rimangono più piccoli rispetto alle femmine.
Il carapace presenta tre carenature seghettate, una centrale e due laterali, molto evidenti anche negli esemplari giovani. Il carapace è di colore nero, sul quale si alternano sfumature e macchie gialle-bianche.
Il piastrone ha una colorazione di fondo nera-marrone e delle striature più chiare(gialle o bianche). La testa, cosi come le zampe e la coda, è ricoperta di puntini bianchi e gialli di varie dimensioni (da cui deriva il nome comune), che è uno degli elementi identificativi di questa specie.

DISMORFISMO SESSUALE
Il dimorfismo sessuale, data la particolare struttura di questa specie, non è cosi evidente come in molte altre specie: le dimensioni sono simili sia nei maschi sia nelle femmine; le femmine presentano un piastrone piatto o convesso, mentre l'apertura cloacale è all'interno dei margini dello scudo sopracaudale. I maschi, invece, hanno il piastrone concavo per facilitare l'accoppiamento. La coda ha una base molto larga ed è più grande e lunga, inoltre l'apertura della cloaca è posta nella sua estremità, in prossimità della punta. Tutti questi caratteri sono ben visibili solo quando viene raggiunta la maturità sessuale: ovvero raggiunte le dimensioni
di circa 24-27 cm e un'età variabile dai 6-8 anni.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Questa specie, anche se raramente si trova in commercio, può essere considerata molto robusta e di facile adattabilità alla cattività.
Per l'allevamento e il mantenimento di questa specie è ideale realizzare un terracquario con una porzione d'acqua pari al 75%, mentre nel restante 25% deve essere ricreata una zona di terra umida e muschio, dove questa specie trascorre diverse ore durante la giornata. Nella parte terrestre va collocato uno spot impostato ad una temperatura di 30°-32°, sotto al quale le tartarughe sostano per fare basking.
Nell'acqua, la cui temperatura può variare dai 25° ai 27°, possono essere inserite diverse piante sommerse e galleggianti; inoltre bisogna ricreare un fondo melmoso di almeno 5-10cm dove le tartarughe amano nascondersi. Per finire, non deve mancare naturalmente un neon UVA e UVB, per favorire la crescita e la formazione ossea.
Tale sistemazione è ideale per esemplari appena nati e fino a quando le dimensioni non raggiungono almeno gli 8-10cm. Una volta raggiunte tali dimensioni è opportuno trasferire gli esemplari in un laghetto all'esterno.
Viste le dimensioni di questa specie, può andar bene un laghetto di 3 x 2 metri (anche se dimensioni maggiori sono ben accette), la profondità minima è di 60-70 cm con un fondo melmoso di almeno 20-30cm.
Possono essere inserite piante galleggianti e sommerse, che servono alle tartarughe per alimentarsi ma soprattutto per nascondersi. Possiamo inoltre inserire del sughero e dei tronchi galleggianti e creare una zona emersa, dove fare basking. Infine, se si possiedono esemplari adulti di sesso differente, per favorire la riproduzione, è opportuno creare una zona con sabbia e torba ideale per la deposizione. E' importante ricordare che, è vivamente consigliato realizzare il laghetto in una zona molto soleggiata ma con zone d'ombra, e scegliere una zona molto tranquilla e poco frequentata. Infine, come gia detto, è possibile far trascorrere un periodo di letargo, durante l'inverno, solo però agli esemplari semiadulti e adulti e in luoghi non troppo freddi.

ALIMENTAZIONE
Geoclemys hamiltonii è una specie quasi completamente carnivora, anche se non disdegna gli alimenti d'origine vegetale. In natura si nutre d'ogni cosa che riesce a cacciare e trovare in acqua ma anche in terra:
piante acquatiche, piante sommerse, frutti, ma soprattutto insetti, pesci, molluschi, crostacei, vermi, piccoli mammiferi e molto altro. In cattività, è fondamentale fornire ai nostri esemplari una dieta molto varia.
Possiamo offrire principalmente: pesce (acquadelle, alborelle, latterini ecc.), crostacei, girini, insetti, lombrichi, chiocciole, camole della farina, camole del miele, pelletts per tartarughe. Questo rappresenta circa l'80% della loro dieta. Poi in aggiunta, possiamo fornire vegetali (15%) e frutta (5%). È opportuno somministrare inoltre degli integratori vitaminici e soprattutto del carbonato di calcio, in particolare ai soggetti più giovani e alle femmine nel periodo di deposizione.

RIPRODUZIONE
L'accoppiamento avviene in primavera, e cosi come accade nella maggior parte delle tartarughe acquatiche è opportuno fornire un'ampia zona di deposizione. La deposizione avviene dopo circa 60-70 giorni, in una zona molto soleggiata e molto tranquilla. Ogni covata varia dalle 6-10 uova, per un totale di 2 covate l'anno. Il
periodo d'incubazione varia dai 60 ai 120 giorni ad una temperatura variabile tra 28°-32°.
Per ottenere una schiusa più sicura è opportuno togliere le uova dal nido e metterle in incubatrice, utilizzando vermiculite idratata con acqua in rapporto 1:1, favorendo cosi un aumento di umidità, che in questa specie, deve essere molto alta, intorno al 80-90%. E' importante ricordare che le uova non devono essere capovolte per evitare la morte dell'embrione. I soggetti appena nati, di dimensioni ridotte appena 35-37 mm, sono molto delicati e quindi richiedono più attenzione e maggiori cure. La prima fase d'alimentazione è la più critica, ma una volta superata tale fase, la crescita e l'allevamento dei piccoli non presenta particolari difficoltà, a patto però di rispettare tutte le nozioni descritte in precedenza. La maturità sessuale viene raggiunta tra il quinto e settimo anno di età.

Autore: Andrea Luison

Pubblicato in Tartarughe acquatiche
Sabato, 26 Aprile 2014 14:57

Clemmys guttata

Clemmys guttata

Tartaruga punteggiata

Specie Acquatiche

Schneider 1792

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = EMYDIDIAE
Genere = CLEMMYS
Specie = CLEMMYS GUTTATA
La specie Clemmys guttata non comprende sottospecie.

STATUS GIURIDICO
Clemmys guttata non è inserita in nessun allegato CITES, quindi può essere commercializzata nella Comunità Europea.
Risulta però inserita nel "IUCN Red List Status" dal 1996 e quindi protetta e monitorata dai diversi stati nordamericani dove si trovano i suoi habitat naturali.

DISTRIBUZIONE E HABITAT
La specie è diffusa dal Canada meridionale (Quebec e Ontario), lungo la costa atlantica degli Stati Uniti fino alla parte settentrionale della Florida.
Occupa un'ampia varietà di habitat umidi e fangosi: zone acquitrinose, paludi, boschi allagati, corsi d'acqua con deboli correnti, pozze fangose, stagni ricchi di vegetazione sommersa e piante galleggianti.
Passa spesso lunghi periodi sulla terraferma e nelle zone più umide e fangose, allontanandosi molto dall'acqua anche durante il periodo di caccia.
Non essendo una buona nuotatrice è difficile ritrovarla in acque molto profonde, gradendo maggiormente zone paludose e poco profonde.
Se si riesce a riprodurre un habitat di questo tipo, risponde bene alla vita di cattività.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
Specie d'indole timida e un pò schiva, ama trascorrere molto tempo nascosta nel fango e nelle zone più umide, dove si trova più al sicuro dai predatori.
Non disdegna però, come la maggior parte delle tartarughe, trascorrere del tempo su un tronco o su un sasso per ricevere i benefici dei raggi solari e mantenere alta la temperatura corporea.
Anche la fase d'alimentazione e predazione, è condotta con molta circospezione, soprattutto il mattino e verso sera.
Si tratta di una specie che sopporta meglio le basse temperature e quindi ritarda la fase di letargo, rispetto a molte altre tartarughe acquatiche nordamericane; tale fase inizia a novembre e perdura fino a fine febbraio, scegliendo luoghi fangosi e umidi, ma anche immersa nell'acqua, su fondali melmosi.

CARATTERISTICHE FISICHE
Le dimensioni, di questa specie, sono molto contenute, tanto da essere considerata una delle specie acquatiche nordamericane più piccole: raggiungono una dimensione massima di 12,5 cm (la dimensione massima riscontrata è di 13,6cm), sia nei maschi che nelle femmine.
Il carapace, liscio, presenta una colorazione molto elegante: su un fondo nero, spiccano diversi punti gialli vivaci, disposti in modo casuale, anche se in alcuni esemplari, c'è una disposizione quasi geometrica.
Il piastrone presenta una colorazione arancio-rosa e delle macchie estese scure per ogni scudo.
La testa ha una colorazione prevalentemente scura, sulla quale spiccano i soliti punti gialli molto evidenti; il mento ha una colorazione molto variabile.
Le zampe sono ricoperte da uno strato di pelle nera e arancio e di punti gialli più piccoli. La coda, di dimensioni differenti tra maschi e femmine, è di colore rosa e nero.

DIMORFISMO SESSUALE
Il dimorfismo sessuale, data la dimensione ridotta di questa specie, non e' cosi evidente come in molte altre specie: le femmine hanno dimensioni maggiori e una colorazione più chiara; il piastrone è piatto per aumentare lo spazio per contenere le uova, la coda sottile e corta con la cloaca posta alla base di questa per aiutarla durante la deposizione delle uova. Il mento è giallo, mentre l'iride è arancio.
I maschi, invece, sono lievemente più piccoli, hanno una colorazione più scura e presentano un piastrone concavo per facilitare l'accoppiamento.
La coda ha una base molto larga ed è più grande e lunga, inoltre l'apertura della cloaca è posta nella sua estremità, in prossimità della punta.
Nei maschi il mento presenta una colorazione marrone o nera, cosi come, l'iride tende al castano.
Tutti questi caratteri sono ben visibili solo quando viene raggiunta la maturità sessuale: ovvero raggiunte le dimensioni di circa 8-9 cm e un'età variabile dai 7-10 anni.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Questa specie non molto diffusa sui mercati della terraristica italiana fino a qualche anno fa, può essere considerata molto robusta e di facile adattabilità alla cattività.
Per l'allevamento e il mantenimento di questa specie è ideale realizzare un terracquario con una porzione d'acqua pari al 60%, mentre nel restante 40% deve essere ricreata una zona di terra umida e muschio, dove questa specie si nasconde e trascorre la maggior parte della giornata.
Nella parte terrestre va collocato uno spot impostato ad una temperatura di 30°-32°, sotto al quale le tartarughe sostano per fare basking.
Nell'acqua, la cui temperatura può variare dai 25 ai 27 gradi, possono essere inserite diverse piante sommerse e galleggianti; inoltre bisogna ricreare un fondo melmoso di almeno 5-10cm dove le tartarughe amano nascondersi.
Per finire, non deve mancare naturalmente un neon UVA e UVB, per favorire la crescita e la formazione ossea.
Tale sistemazione è ideale per esemplari appena nati e fino a quando le dimensioni non avranno raggiunto almeno i 6-7cm.
Una volta raggiunte tali dimensioni è opportuno trasferire gli esemplari in un laghetto all'esterno.
Viste le dimensioni ridotte di questa specie, può andar bene un laghetto di 2 x 2 metri (anche se dimensioni maggiori sono ben accette), la profondità minima è di 60-70 cm con un fondo melmoso di almeno 20-30cm.
Possono essere inserite piante galleggianti e sommerse, che servono alle tartarughe per nascondersi ma anche per nutrirsi.
Possiamo inoltre inserire del sughero e dei tronchi galleggianti e creare una zona emersa, dove fare basking.
Infine, se si possiedono esemplari di sesso differente, e quindi favorire la riproduzione, è opportuno creare una zona ideale per la deposizione.
E' importante ricordare che, è vivamente consigliato realizzare il laghetto in una zona molto soleggiata ma con zone d'ombra, e soprattutto per questa specie, scegliere una zona molto tranquilla e poco frequentata.
Infine, essendo questa specie originaria del nord-america, è possibile far trascorrere un periodo di letargo, durante l'inverno, solo però agli esemplari semiadulti e adulti.

ALIMENTAZIONE
La Clemmys guttata è una specie onnivora, anche se preferisce gli alimenti di origine animali. In natura si nutrono di ogni cosa che riescono a catturare sia in acqua che in terra: pesci, insetti, molluschi, vermi, girini, piante acquatiche e piante sommerse.
In cattività, è fondamentale fornire ai nostri esemplari una dieta molto varia. Possiamo offrire pesce (acquadelle, alborelle, latterini ecc.), crostacei, girini, insetti, lombrichi, chiocciole, camole della farina, camole del miele; pelletts per tartarughe, ma anche frutta (massimo 10%) e soprattutto vegetali di ogni tipo, preferendo trifoglio, tarassaco e cicorie varie.
In aggiunta, è opportuno somministrare degli integratori vitaminici e soprattutto del carbonato di calcio, in particolare ai soggetti più giovani e alle femmine nel periodo di deposizione.

RIPRODUZIONE
L'accoppiamento avviene principalmente in primavera, e cosi come accade nella maggior parte delle tartarughe acquatiche nordamericane, è preceduto da un'elegante danza di corteggiamento da parte del maschio.
La deposizione avviene dopo circa 40-50 giorni, in una zona molto soleggiata e molto tranquilla.
Ogni covata varia dalle 3 alle 9 uova di forma ellittica. Il periodo d'incubazione varia dai 60 agli 80 giorni ad una temperatura variabile tra 28°-32°.
Per ottenere una schiusa più sicura è opportuno togliere le uova dal nido e metterle in incubatrice, utilizzando vermiculite idratata con acqua in rapporto 1:1, favorendo cosi un aumento di umidità, che in questa specie, deve essere molto alta, intorno al 90%.
E' importante ricordare che le uova non devono essere capovolte per evitare la morte dell'embrione.
I soggetti appena nati, di dimensioni ridottissime appena 2cm, sono molto delicati e quindi richiedono più attenzione e maggiori cure.
La prima fase d'alimentazione è la più critica, ma una volta superata tale fase, la crescita e l'allevamento dei piccoli non presenta particolari difficoltà, a patto però di rispettare tutte le nozioni precedentemente descritte.

Autore: Andrea Luison

 

Pubblicato in Tartarughe acquatiche
Sabato, 26 Aprile 2014 14:54

Chelus fimbriatus

Chelus fimbriatus

Tartaruga foglia o Mata Mata

Specie Acquatiche

(Mata Mata) Mata mata turtle / Fransenschildkröten
Schneider 1783

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = PLEURODYRA
Famiglia = CHELYDAE
Genere = CHELUS
Specie = FIMBRIATUS

STATUS GIURIDICO
Non è inserita in nessuna normativa di protezione, pertanto è di libera vendita e non soggetta a certificazione CITES. La specie non risulta essere minacciata

DISTRIBUZIONE
Vive nei corsi lenti di vari fiumi sudamericani, in Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Colombia ecc.
Tra i principali fiumi ricordiamo il Rio delle Amazzoni l'Orinoco e il Rio Negro

HABITAT
Fiumi a corso lento, non molto profondi, ricoperti di sedimenti e vegetazione galleggiante.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
E' attiva durante tutto l'anno, non effettua letargo o latenza.
Passa la maggior parte della giornata immobile, nelle zone con moderata corrente, tendendo agguati alle prede, contando sul proprio aspetto mimetico.
Si sposta perlopiù camminando sul fondo, essendo una nuotatrice non eccelsa.
Spesso rimane in acque basse, ove respira facendo affiorare solo le narici.
Non esce praticamente mai dall'acqua, spesso si appoggia a detriti galleggianti o sulla riva.

CARATTERISTICHE FISICHE
E' una delle tartarughe più strane, caratteristica che la rende molto ricercata sul mercato terraristico.
Il carapace, lungo fino a 50 cm, è molto appiattito, da cui il nome tartaruga foglia, spesso incurvato e con caratteristiche carenature, di solito ricoperte di alghe o fanghiglia. Il colore è marroncino scuro.
Il collo e la testa possono raggiungere quasi la lunghezza del carapace, si presentano con diverse appendici e frastagliature, che accentuano il mimetismo.
La testa è molto larga e piatta, la bocca enorme e larga come l'intera testa.

DIMORFISMO SESSUALE
Non molto evidente, i maschi presentano una coda più larga alla base e più lunga.
Il piastrone è leggermente concavo nei maschi,che presentano anche la testa leggermente più larga.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Vive bene in acquari allestiti appositamente, con una profondità dell'acqua che consenta agli animali di far emergere le narici stando appoggiate sul fondo.
Essendo una specie molto statica l'acquario può non essere enorme, ma si tratta comunque di una specie che, collo compreso, può raggiungere gli 80-90 cm.
Le misure minime sono quindi 180x100 di base, con l'acqua a una temperatura di 27-28 gradi.
L'aria sovrastante deve essere umida e calda, si consiglia di posizionare un faretto sopra la vasca.
Come materiale di fondo si può utilizzare sabbia fine, l'arredamento consigliato è ridotto a qualche radice,
magari affiorante per consentire alla tartaruga di stazionarci per respirare.
Una zona emersa non verrebbe frequentata, solo femmine escono dall'acqua per deporre.
Le piante acquatiche sarebbero sradicate, non vengono danneggiate invece le piante galleggianti, indicate per fornire un habitat soddisfacente per questa specie.
Il riscaldatore deve essere protetto dagli urti, il filtraggio consigliato è costituito da un potente filtro esterno.
Per non creare eccessive turbolenze conviene utilizzare un vetro o altro come "frangiflutti" all' uscita del tubo di rimando del filtro.
Fortemente sconsigliato l'allevamento all'esterno.

ALIMENTAZIONE
Esclusivamente carnivora, a base di pesci, rane, girini, lombrichi e qualsiasi animale riesca a catturare.
Nei primi periodi in cattività accetta solo prede vive, che caccia all'agguato aspirandole nella bocca enorme, sfruttando il risucchio prodotto dall'apertura e attirandole con le appendici carnose che ornano la bocca.
Una volta acclimatate accettano anche cibo morto, da porgere con una pinza.
Importante è non offrire una dieta monotona, ma variare il più possibile.

RIPRODUZIONE
Sconosciuta in cattività e poco nota anche allo stato libero.
Le femmine depongono circa 15-25 uova sferiche di circa 3-3,5 cm.
Vengono deposte in buche nelle vicinanze delle rive, una sola volta all'anno.
La durata dell'incubazione dura dai 6 agli 8 mesi a temperature di circa 26-28 gradi, con un forte tasso di umidità.

NOTE
Una delle tartarughe acquatiche più ricercate e desiderate dagli appassionati, abbastanza costosa e riservata a coloro che possiedono già un minimo di esperienza.
Anche dal punto di vista alimentare può essere complicata, visto che alcuni esemplari accettano solo cibo vivo.
Soprattutto gli esemplari di grosse dimensioni possono infliggere potenti morsi, con il lungo collo pronto a scattare sulle mani dell'allevatore, decisamente una tartaruga da prendere con i guanti!!!

Autore: Luca Caroldi

Pubblicato in Tartarughe acquatiche
Sabato, 26 Aprile 2014 14:49

Testuggine marginata

Testuggine marginata

Specie Terrestri

Schoepff, 1795

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = TESTUDINIDAE
Genere = TESTUDO
Specie = TESTUDO MARGINATA

STATUS GIURIDICO
Testudo marginata è inclusa nella Convenzione di Washington (C.I.T.E.S.), appendice II allegato A.

DISTRIBUZIONE IN NATURA
Testudo marginata è la tartaruga terrestre Europea di maggiori dimensioni, raggiungendo in alcuni casi i 40 cm di lunghezza e i 7-8 Kg di peso.
E' originaria della Grecia, ma attualmente sono presenti popolazioni in Albania ed Italia. Segnalazioni certe la danno presente a San Rossore, in Toscana, ed in alcune località della Calabria, dove la presenza è da attribuire all'immissione da parte dell'uomo in tempi storici risalenti prima dell'avvento dell'Impero Romano, probabilmente a seguito di scambi commerciali con la Grecia Classica.
Carapaci di Testudo Marginata sono stati rinvenuti di fatto in tombe etrusche a testimonianza della millenaria presenza di questo rettile nella nostra penisola.
Tali popolazioni hanno comunque carattere isolato. Un discorso a parte merita invece la presenza del rettile in Sardegna, dove appare diffusa e ben acclimatata, particolarmente nella Gallura, nell'Ogliastra e nella penisola di Stintino.
Le prime notizie storiche certe risalgono comunque al diciassettesimo secolo e confermano la presenza sull'isola.
Si hanno poi notizie di successive introduzioni sino al periodo della seconda guerra mondiale.
Attualmente appare in declino per il prelievo indiscriminato a cui da tempo è soggetta, nonostante la protezione a cui è sottoposta sia dallo Stato Italiano che dalla Regione Sardegna.

COLLOCAZIONE TASSONOMICA
Secondo le ultime revisioni la specie è stata suddivisa in tre sottospecie, quella tipo Testudo marginata marginata (Schopff, 1795), presente in gran parte della Grecia e Testudo marginata sarda (Mayer, 1992) per le popolazioni sarde.
Più recente l'introduzione di una nuova sottospecie denominata weissingeri (Bour, 1995), presente in una stretta fascia costiera a sud del Peloponneso in Grecia.
Pareri discordanti sono venuti fuori circa l'opportunità di assurgere a sottospecie quelle che vengono definite varianti geografiche.
A risolvere il contendere, uno studio pubblicato nel 2002 sulle relazioni filogenetiche relative al genere Testudo appaiono indicare l'unicità della specie Testudo marginata.
Le varianti geografiche si spiegano con quello che in biologia evolutiva viene definito effetto fondatore.
Tutto può apparire chiaro con questo esempio: mettiamo che chi ha introdotto la Testudo marginata in Sardegna abbia preso animali di dimensioni maggiori rispetto alla media della popolazione originale, che naturalmente ha una variabilità genetica molto ampia.
La popolazione che si andrà a costituire non avrà più questa ricchezza, ma bensì le caratteristiche possedute dai pochi esemplari introdotti.
Se erano più grandi, avranno discendenti che tenderanno, naturalmente, ad essere di dimensioni maggiori.
Nel caso del nanismo della variante weissingeri, esso può essere imputato all'ambiente povero di cibo in cui vive.

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE
Testudo marginata ha, come il nome già lo preannuncia, la caratteristica di avere un carapace scampanato in corrispondenza di sette-nove squame marginali posteriori.
Questo carattere, evidente e più marcato nei vecchi maschi, comincia a svilupparsi oltre i cinque anni di vita, o comunque da una certa dimensione corporea in poi.
Testudo marginata è la tartaruga terrestre europea che raggiunge le dimensioni maggiori con una media di circa 30 cm, ma non sono rari esemplari che raggiungono e superano i 40cm.
Oltre alla scampanatura posteriore, la specie ha la caratteristica di presentare triangoli neri in campo color ocra su otto-dieci squame del piastrone.
Filogeneticamente la specie più affine e all'opposto la più piccola specie di Testudo mediterranea, è certamente Testudo Kleinmanni, che invece presenta due, al massimo quattro triangoli sul piastrone.
Queste caratteristiche la fanno distinguere bene da Testudo Graeca sp., anche se non di rado ai lati della coda, seppur meno marcati, sono presenti due o quattro piccoli tubercoli conici, tipici di quest'ultima specie.
La coda non presenta un astuccio corneo come in Testudo hermanni sp. e nei maschi appare allungata ed appuntita, mentre nelle femmine può essere molto corta e la cloaca aprirsi in fondo ad essa, presentandosi tronca.
La colorazione è molto varia: partendo da soggetti melanici quasi completamente neri, passando per esemplari con areole giallastre evidenti che occupano buona parte delle squame dorsali, si arriva a colorazioni molto chiare di un colore ocra diffuso.
Questi ultimi sono esemplari certamente ipomelanici se non certamente albini, che hanno una frequenza enormemente alta nelle popolazioni sarde.
Personalmente posso dire che ci sono segnalazioni certe di albinismo in Testudo marginata già evidenziate in esemplari rinvenuti negli anni 40 dello scorso secolo e conservati in alcool al museo di Storia Naturale di Milano (reperti N°3084 e 3328).
Segnalazioni di nascite di albini non sono rare e personalmente ne ho un buon numero discendenti da un unico maschio albino e di una vecchia femmina eterozigote rinvenuti in natura oltre 30 anni fa.
Risalire al motivo di una frequenza così alta di una mutazione all'apparenza svantaggiosa, non è certo semplice, ma si può ipotizzare la presenza di un mutante al momento dell'introduzione in Sardegna quando ancora il numero esiguo di esemplari ha garantito una certa diffusione del gene.
Altra ipotesi a conferma del mantenimento di questa alta frequenza può essere imputata ad un vantaggio mimetico dei giovani esemplari, in quanto crescendo la colorazione un po' si scurisce e diventa prossima al colore dell'erba secca.
Ritornando alle presunte differenze morfologiche tra le varianti geografiche, Testudo marginata marginata, la sarda e la weissingeri, queste sono ad ascriversi ad un rapporto differente tra lunghezza, altezza, larghezza del carapace, nonché alle dimensioni medie.
Per le popolazioni sarde si individuano rapporti lunghezza/larghezza inferiori rispetto alla forma tipo, nonché a dimensioni generalmente maggiori.
Per intendersi è mediamente un po' più tondeggiante e meno allungata.
Discorso diverso invece per la variante weissingeri, dove sono le dimensioni molto ridotte a distinguerla dalle altre.
Resta inteso che, viste le evidenti differenze di colorazione che si possono riscontrare in natura, una valutazione discriminante su questo carattere appare a mio avviso molto soggettiva.

DIMORFISMO SESSUALE
In Testudo marginata la differenza di dimensioni tra maschio e femmina non è così marcata quanto tra le altre specie del genere Testudo, complice la maggiore scampanatura dei maschi.
Questo carattere, unitamente ad una maggiore bombatura delle femmine, distingue i due sessi da un'osservazione sommaria.
In molti casi, addirittura, il maschio appare di dimensioni maggiori rispetto alla femmina, anche se in letteratura il record appartiene a quest'ultima.
Di seguito si evince il dimorfismo sessuale della specie:
- i maschi possiedono una coda lunga, robusta e grossa alla base. Non è presente un astuccio corneo. La coda della femmina è invece piccola e corta, in alcuni casi appare tronca;
- la distanza dell'apertura cloacale dalla base della coda è maggiore nel maschio.
- i maschi adulti presentano una concavità nel piastrone che tende ad accentuarsi con l'età; il piastrone delle femmine e dei giovani non è mai completamente piatto. Le ultime 4 squame del piastrone fanno corpo unico e risultano mobili ed articolate al resto del piastrone sia nei maschi che nelle femmine.
Eccetto che per quanto detto ad inizio paragrafo, il dimorfismo sessuale tra i due sessi non è molto evidente in questa.
Non vi è inoltre una specializzazione, se non la maggiore concavità del piastrone, per facilitare l'atto riproduttivo come invece è marcata nelle altre specie del genere Testudo.
Tale caratteristica inoltre maschi di dimensioni prossime a quelle delle femmine, di qui probabilmente la non grande differenza di dimensioni tra i due sessi.
Tutti i caratteri considerati si rendono tanto più evidenti quanto più l'esemplare in oggetto si avvicina alla maturità sessuale (in cattività, 7-8 anni sia per i maschi che per le femmine, in natura oltre i 10); piccoli di 1-2 anni possono essere sessualmente indistinguibili se non ad un occhio molto esperto o attraverso la comparazione con numerosi esemplari.
Per esperienza personale è invece molto più facile questa analisi alla nascita con i piccoli maschi che appaiono con una caratteristica leggera uncinatura della coda.
Tuttavia molti esemplari rimangono sempre difficili da sessare sino ai 4-5 anni di vita.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Testudo marginata si adatta con una certa facilità a vivere in ampi recinti all'aperto dove disponga di prolungata esposizione al sole per tutta la giornata, tappeto erboso e terra, arbusti e ripari idonei.
Particolari cure andranno poste all'allestimento del recinto al fine di impedire eventuali fughe.
Esso, che sia di rete metallica, di legno, laminati metallici o cementiti, andrà interrato a sufficienza e dovrà sporgere in esterno di almeno 30 cm.
Altra accortezza è quella di un ulteriore protezione con rete metallica al fine che animali indesiderati e pericolosi non si possano introdurre nei recinti.
Le grandi dimensioni rendono Testudo marginata meno sensibile delle altre Testudo alle variazioni climatiche tanto che risulta attiva non solo per più mesi durante l'anno, ma anche per un maggior numero di ore durante la giornata, in special modo in autunno ed alla fine dell'inverno.
Non è raro trovare esemplari attivi anche a Novembre inoltrato quando le giornate lo consentono; le prime sortite dal letargo invernale si hanno poi già dai primi soli di Febbraio.
Va pertanto data particolare cura ai ripari nei quali gli animali possano uscire ed entrare con facilità a loro piacimento, al fine che non possano essere sorpresi da improvvise quanto probabili gelate, frequenti nel centro-nord Italia, o ripararsi dall'eccessiva calura nel periodo estivo.
E' consigliabile un riparo coperto in alto, aperto da un lato (meglio se in direzione est) con all'interno della paglia, posto in una posizione areata per impedire che l'umidità ristagni dopo le piogge.
Indicativamente bastano una quindicina di cm di paglia umida sopra il carapace per proteggere da gelate intense (fino a 10 °C sotto lo zero) gli animali.
Discorso a parte per i piccoli dalla nascita sino a che non raggiungono i 10 cm circa: i neonati in particolare non hanno lo stimolo in questa specie a cercare un riparo per tutto il periodo invernale e rimangono attivi tutte le volte che le giornate lo consentono.
Va prestata particolare cura ai ripari, tali da consentirgli, come nel caso degli adulti, di poter entrare ed uscire con facilità.
L'attività è tale che i piccoli crescono anche nel periodo invernale, va pertanto fornito loro del cibo, altrimenti si indeboliscono e muoiono, non tanto per i rigori invernali, quanto perché rimanendo attivi consumano le loro riserve di grasso.
Personalmente ritengo che quanto proposto è quanto di più aderente allo stato naturale e, con le accortezze proposte, non crea assolutamente problemi agli animali.

LETARGO
Parlando di letargo in senso stretto, Testudo marginata non differisce molto delle Testudo delle stesse latitudini, come detto prima piuttosto ha una durata minore di tale periodo.
Personalmente, piuttosto che dilungarmi su inutili consigli su come far fare un buon letargo alle nostre beniamine, mi piacerebbe far notare che se il luogo è realmente idoneo all'allevamento di questa specie, le uniche accortezze da prendere sono quelle proposte nel precedente paragrafo circa la cura dei ripari.
Molti errori con esito infausto, sono generati dalla non attenzione al comportamento degli animali: essi stessi ci indicheranno il punto che preferiscono e, stiamone certi, l'istinto di sopravvivenza e gli adattamenti naturali sono ben collaudati.
Non spostiamo gli animali, lasciamoli interrare dove preferiscono, tutt'al più con le prime gelate si provvederà a disporre della paglia sopra al punto nel quale hanno deciso di svernare.
Come accennato in precedenza, i neonati non hanno invece l'istinto per un letargo vero e proprio, e bastano pochi minuti di sole, complici le piccolissime dimensioni,anche quando la temperatura dell'aria è prossima allo zero, per portarli ad una temperatura di completa attività.
Animali in buona salute non avranno problemi a superare l'inverno, si nutriranno e cresceranno pure: unica accortezza sarà quella di verificare che tutti i piccoli siano rientrati nei ripari quando il clima è particolarmente rigido.
Unico momento realmente delicato è la fase preparatoria e quella del risveglio dal letargo.
Animali defedati e sottopeso difficilmente supereranno il letargo invernale: in questo caso è consigliabile non far svernare i soggetti oppure ridurne artificialmente questo periodo, tenendo conto che è comunque fondamentale per questi animali.
Ai primi soli primaverili sarà posta particolare cura alla reidratazione dei soggetti più deboli sottopeso.
Fondamentale fornire immediatamente del cibo: si accelera in questo modo la ripresa degli animali.

ALIMENTAZIONE IN NATURA
Testudo marginata, come le altre specie appartenenti al genere testudo, è essenzialmente vegetariana, tutt'al più gradisce qualche frutto.
Anche se in cattività accetta facilmente alimenti ricchi in proteine, in natura l'alimentazione si basa sul consumo di erbe, in special modo a foglia larga, eccezion fatta per le graminacee, effettivamente poco gradite.
Molto frequente la coprofagia, con spiccate preferenze per escrementi di animali erbivori.
Rari sono i casi in cui si possono nutrire di piccoli vertebrati morti come nidiacei e piccoli topi, o di invertebrati.

DISORDINI DIETETICI IN CATTIVITA'
Personalmente ho potuto verificare che un'alimentazione errata è la principale causa di patologie che portano alla morte le tartarughe del genere Testudo.
Senza stare ad elencare le innumerevoli patologie correlate ad un'errata alimentazione, l'unico modo per avere animali che crescono in modo sano, è quello di nutrirli con alimenti vegetali allevandoli in condizioni idonee di luce solare e di temperatura.
La regola da seguire è quella detta in precedenza: un grande recinto all'aperto (sono animali che diventano molto grossi!) dove le tartarughe possano brucare le erbe che preferiscono; la dove questo non sia possibile è consigliabile non cimentarsi nell'allevamento di questi animali.

RIPRODUZIONE
Testudo marginata ha un ciclo riproduttivo analogo alle altre specie del genere Testudo: un periodo autunnale e primaverile dedito agli accoppiamenti ed uno di deposizione a partire dalla metà del mese di Aprile che si può protrarre sino ai primi giorni di Luglio, dipendente dal clima delle zone in cui vivono.
Generalmente però le deposizioni si concentrano nei due mesi centrali di Maggio e Giugno.
Il maschio è generalmente poco aggressivo nei confronti del suo stesso sesso, tuttavia, senza arrivare alla violenza di Testudo greca, può diventare pericoloso per le femmine.
Si raccomanda pertanto di unire maschi e femmine solo per brevi periodi.
D'altronde in natura, complici le non proprio affollate popolazioni, gli incontri sono assolutamente sporadici e non prolungati.
Le femmine depongono generalmente dalle 8 alle 12 uova per ovatura, tuttavia in rari casi si possono avere da un minimo di 2-3 uova ad un massimo di 17.
Anche il numero di eventi di deposizione varia dal singolo sino al massimo di quattro: generalmente però si osservano solo due deposizioni intervallate da un periodo, variabile in dipendenza della temperatura media, tra le due e le quattro settimane, solitamente 20 giorni.
Le modalità di scavo sono le medesime in tutto il genere Testudo: la femmina, individuato il posto prescelto, inizia a scavare alternando le zampe posteriori, quindi terminato il lavoro depone molto velocemente le uova disponendole ad occupare tutto lo scavo; fatto ciò ricopre e si allontana.
Queste sono le uniche cure parentali della specie.
I piccoli nascono mediamente dopo tre mesi d'incubazione in natura.
Ideale è un terreno sabbioso fine e ben drenato: il successo di schiusa in anni medi è in questi casi prossimo al 100%.
Condizioni climatiche avverse e terreni inadatti fanno calare drammaticamente le nascite.
Non ho notizie di esemplari di questa specie che svernano nel nido ed emergono la primavera successiva.
Personalmente sto riscoprendo il lasciar sviluppare in natura le uova (naturalmente proteggendo il luogo da eventuali predatori, uccelli e mammiferi): il sesso dei piccoli è determinato dalla temperatura di deposizione ed in incubatrice si hanno nascite di neonati solitamente tutti dello stesso sesso.
La temperatura critica è indicata in letteratura sui 32 °C: con percentuali di nascite di esemplari di sesso femminile maggiori sopra questa soglia.
La scelta della femmina assicura invece un rapporto tra i sessi naturale, per giunta la vitalità è decisamente migliore.
In conclusione, Testudo marginata è una specie robusta ed adattabile, con potenzialità riproduttive elevate.

Autore: Maurizio Bellavista
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri
Sabato, 26 Aprile 2014 14:46

Testudo kleinmanni

Testudo kleinmanni

Testuggine di kleinmann, Testuggine egiziana

Specie Terrestri

Kleinmann's tortoise , Egyptian Tortoise
Lortet 1883

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = TESTUDINIDAE
Genere = TESTUDO
Specie = TESTUDO KLEINMANNI

STATUS GIURIDICO
E' compresa nella Convenzione di Washington ( C.I.T.E.S. ) in Appendice 1.
La specie è considerata "vulnerabile" dal " IUCN Reptilia and Amphibia Red Data Book (Groombridge 1982)" ed è compresa nella "Red List of Threatened Animals (IUCN 1990)"
Se l'andamento attuale della specie proseguirà invariato, nel prossimo futuro non sopravviveranno significative popolazioni in libertà.

DISTRIBUZIONE
Questa specie ha come habitat le zone costiere aride e desertiche a sud-est del mar Mediterraneo, spingendosi fino ad un massimo di circa 120 km nell'entroterra.
La distribuzione originaria di questa specie occupava una vasta area che si estendeva da ovest del deserto del Negev (Israle), attraverso le coste dell'Egitto fino al centro delle zone costiere della Libia.
In tutte queste aree la specie ha subito una forte riduzione che ha portato alla scomparsa in vaste aree dell'habitat originario.
In particolare in Egitto la presenza di questa specie si è drasticamente ridotta e la sopravvivenza futura è minacciata dalla estensiva e spesso irreversibile distruzione degli habitat naturali, dall'espansione delle coltivazioni agricole, dall'aumento delle aree urbane ed anche dal continuo prelievo di esemplari in natura per il commercio.
In passato per pastori ed agricoltori la raccolta delle T. kleinmanni in natura e la loro vendita a commercianti di animali costituiva una fonte di reddito accessoria alla loro attività principali.
Ancora oggi nei mercati del Cairo è possibile acquistare esemplari di T. kleinmanni per poche lire egiziane; il numero di esemplari in vendita è diminuito non tanto per l'aumentare dei controlli quanto perché è molto più difficile reperire animali in natura, quelli in vendita provengono dalle ultime popolazioni rimaste in Egitto o più probabilmente sono stati importati illegalmente dalla Libia.

HABITAT
Come indicato anche dalla loro colorazione giallastra, le T. Kleinmanni sono originarie di zone rocciose / sabbiose, nelle quali una colorazione scura le avrebbe rese facile prede per uccelli rapaci od altri predatori.
La T. kleinmanni vive principalmente nelle zone con dune sabbiose, si può comunque trovare anche in aree con terreni costituiti da sabbia compatta o distese ghiaiose con rocce sparse.
Nelle zone di origine le precipitazioni sono scarse e concentrate nei mesi invernali (da 50 a 500 mm anno), le temperature giornaliere vanno dai 22°C durante la primavera fino ad oltre 35°C durante l'estate.
Le temperature medie invernali non scendono sotto i 17-18°C di giorno e 9-10°C di notte.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
La specie non iberna ma può andare in estivazione nei periodi più caldi (da luglio a settembre).
La loro attività giornaliera comincia nelle prime ore del mattino quando, dopo essersi rapidamente riscaldate ai raggi solari, iniziano la ricerca di cibo.
La poca umidità che si raccoglie sulla vegetazione durante la notte e che le tartarughe possono sfruttare alimentandosi nelle prime ore del giorno, costituisce una sufficiente risorsa di acqua per le testuggini egiziane.
Durante le ore più calde della giornata le tartarughe cercano riparo dalla eccessiva insolazione utilizzando tane scavate da roditori o altri piccoli animali o anfratti tra le rocce o, in mancanza di altro, interrandosi nella sabbia.
Gli stessi ripari vengono poi utilizzati per trascorrere la notte, quando la temperatura scende bruscamente (anche di 20°C rispetto al giorno).
Gli esemplari di T. kleinmanni trascorrono la loro vita stabilmente in una area che va dai 100 a 1000 m2, solo i maschi possono allontanarsi dal loro territorio nel periodo riproduttivo alla ricerca delle femmine.
I nemici naturali delle T. kleinmanni sono principalmente gli uccelli predatori.

CARATTERISTICHE FISICHE
E' una specie di piccola taglia, i maschi hanno dimensioni comprese tra 8-10 cm per un peso di 100-300 g, le femmine hanno dimensioni comprese tra 10-15 cm per un peso 150-900 g.
Le ridotte dimensioni permettono alle tartarughe di riscaldarsi rapidamente dopo le fredde notti desertiche; il loro carapace, il cui colore riflette piuttosto che assorbire le radiazioni solari, permette alle tartarughe di dedicare più tempo alla ricerca di cibo invece di cercare riparo dalle radiazioni solari troppo intense durante il giorno.
La specie si distingue facilmente perché nelle placche pettorali del piastrone sono presenti delle macchie, di colore nero o marrone, a forma di triangolo con l'apice rivolto verso la coda dell'animale, molto simili a quelle delle T. Marginate.
Queste macchie sono presenti in quasi la totalità degli individui e rendono le T. kleinmanni distinguibili dalle varie sottospecie di T. graeca; in alcuni individui adulti, provenienti principalmente dalla Libia, le macchie possono essere particolarmente sbiadite od anche assenti.
Il colore di fondo del piastrone è un giallo paglierino piuttosto sbiadito.
Il colore di fondo del carapace varia da un giallo opaco molto sbiadito fino ad un giallo paglierino brillante con sfumature di verde giallognolo.
I margini anteriori e laterali delle placche vertebrali e costali sono colorati di nero o marrone scuro. Il centro delle placche è però privo di macchie e manca la tipica aureola nera delle T. graeca.
Sono comunque presenti esemplari di T. kleinmanni il cui colore del carapace è di un giallo omogeneo e non sono presenti le bordature nere delle placche.
Il colore della pelle è anch'esso giallo chiaro (anche in questo caso l'unica testuggine mediterranea con un colore simili della pelle è la T. marginata anche se a differenza delle kleinmanni nelle marginate la parte superiore della testa è di colore scuro ).
La forma del carapace è piuttosto rotondeggiante (più evidente nelle femmine che nei maschi)
Nella Testudo kleinmanni mancano i tubercoli a lato della coda, la coda inoltre è priva di astuccio corneo.
La parte posteriore del piastrone è leggermente mobile (come in T. graeca) sia nei maschi che nelle femmine.
Gli arti anteriori delle kleinmanni presentano scaglie embricate molto più grandi rispetto a T. Graeca; questa particolarità è particolarmente evidente negli esemplari giovani.
In natura le T. kleinmanni vivono 20-30 anni, in cattività vivono fino a 50-60 anni.

DIMORFISMO SESSUALE
I maschi hanno dimensioni minori delle femmine e la loro coda è più lunga.
Il carapace delle femmine adulte risulta più rotondeggiante rispetto a quello dei maschi.
Il piastrone è piatto sia nei maschi che nelle femmine.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
T. kleinmanni è una specie difficile da mantenere in cattività; il loro adattamento alle condizioni estreme (zone desertiche) che trovano negli habitat naturali le rendono vulnerabili quando si tenta di allevarle in climi più temperati.
La specie ha evoluto una "nicchia" ambientale molto ristretta e non è possibile allevarla in condizioni al di fuori di quella "nicchia".
Inoltre sul mercato sono disponibili quasi esclusivamente esemplari catturati in natura e quindi lo stress per il trasporto, l'esposizione ad agenti patogeni stranieri, le scarse riserve fisiche legate alla loro taglia ridotta,
fanno si che la maggior parte degli esemplari catturati siano destinati alla morte.
Le Testuggini egiziane devono essere collocate in un ambiente asciutto, caldo con bassa umidità ambientale.
Tranne che nelle aree con clima secco e caldo, per le T. kleinmanni è preferibile un allevamento in terrario.
La temperatura di allevamento deve essere compresa tra 18-24°C, a temperature superiori a 30°C le tartarughe cessano la loro attività e si cercano un rifugio dall'eccessivo calore.
E' comunque necessario che nel terrario sia presente una zona riscaldata fino a 28-30°C per permettere alle tartarughe di riscaldarsi quando ne hanno necessità.
Devono anche essere presenti rifugi per le tartarughe per trascorrere la notte.
La specie è molto sensibile ai parassiti e pertanto vanno previsti trattamenti periodici.
E' consigliato anche un bagno periodico degli animali in acqua tiepida per favorire la loro idratazione.

ALIMENTAZIONE
In natura si cibano di piante grasse e foglie e fiori della vegetazione spontanea.
In cattività accettano anche frutta che deve essere comunque fornita con moderazione; nella loro dieta è necessaria una integrazione di calcio.

RIPRODUZIONE
In cattività si hanno poche segnalazioni di riproduzioni ottenute al di fuori dell'area di origine di questa specie, inoltre in alcuni casi la riproduzione è stata ottenuta solo grazie alla importazione di femmine già gravide.
In natura le femmine compiono fino a 4-5 deposizioni all'anno, intervallate da periodi di 4-5 settimane a partire dal mese di aprile.
Per ogni deposizione vengono deposte da 1 a 3 uova in una buca scavata dalla femmina, di preferenza le deposizioni vengono fatte nella sabbia piuttosto che nella terra.
I piccoli nascono dopo 90-120 giorni a seconda della temperatura di incubazione.
Il sesso è determinato dalla temperatura di incubazione: al di sotto dei 30°C nascono esclusivamente maschi.
Alla nascita i piccoli pesano circa 6 grammi, raggiungeranno la maturità sessuale dopo circa 5 anni, alla taglia di 8-10cm.

NOTE
Durante le fasi dell'accoppiamento i maschi emettono un suono simile ad un pigolio, in cattività questo comportamento è stato osservato anche senza che vi fosse attività sessuale.
Non sono riconosciute sottospecie ma sembrano esserci delle differenze tra le varie popolazioni: gli esemplari provenienti da Israele hanno dimensioni medie maggiori e presentano le macchie a V sul piastrone, gli esemplari provenienti dall'Egitto presentano una colorazione gialla uniforme sia della pelle che del carapace gialla ed hanno le macchie a V sul piastrone, gli esemplari provenienti dalla Libia non hanno le macchie a V sul piastrone e la colorazione delle squame della testa e degli arti anteriori presenta dei riflessi rossastri.

Autore: Massimiliano Martignani
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri
Sabato, 26 Aprile 2014 14:44

Testudo horsfieldii

Testudo horsfieldii

Testuggine di Horsfield

Specie Terrestri

Horsfield's Tortoise
Gray 1844

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = TESTUDINIDAE
Genere = TESTUDO
Specie = HORSFIELDII

STATUS GIURIDICO
E' compresa nella Convenzione di Washington (C.I.T.E.S.) in Appendice 2.
Nel corso degli ultimi tre decenni moltissimi esemplari (con tasso di mortalità purtroppo elevatissimo) sono stati esportati in Europa, soprattutto negli ultimi anni per far fronte al "vuoto di mercato" prodottosi con l'entrata in vigore delle leggi che proteggono le Testudo mediterranee.

DISTRIBUZIONE
Il suo areale è molto ampio e va dalla Russia sudorientale (dove raggiunge i 52° di latitudine nord) fino all'Iran, Pakistan, Afghanistan e Cina occidentale.
Ne sono state classificate quattro sottospecie, distinte prevalentemente in base all'ubicazione del loro territorio:
1. Testudo (agrionemys) horsfieldii horsfieldii (Gray, 1844): Armenia, Azerbaijan, Kirgizistan, Tajikistan, Iran, Afghanistan, Pakistan, Xinjiang, Cina
2. Testudo (agrionemys) horsfieldii baluchiorum (Annandale, 1906): Baluchistan
3. Testudo (agrionemys) horsfieldii kazakhstanica (Chkhikvadze, 1988): Kazakhistan, Turkmenistan, Uzbekistan
4. Testudo (agrionemys) horsfieldii rustamovi (Chkhikvadze e altri, 1990): Regione del Kopet Dag (Turkmenistan)

HABITAT
Essa abita, prevalentemente, territori secchi e aridi, come deserti rocciosi e colline sabbiose o steppe, spesso ad altitudini oltre i 1500 metri, ma si può osservare anche nelle praterie con frequenti ruscellamenti o piccoli corsi d'acqua.

CARATTERISTICHE COMPORTAMENTALI
In natura ha un periodo di massima attività piuttosto breve, circa quattro mesi all'anno, dovuto alle difficili condizioni climatiche delle latitudini del proprio habitat (inverni molto freddi o estati molto calde); per difendersi dal clima avverso scava profonde gallerie, lunghe fino a 2 metri, con le robuste zampe anteriori di cui è dotata, oppure sfrutta tane di mammiferi abbandonate, dove iberna in inverno ed estiva durante la parte più calda e secca dell'estate.

CARATTERISTICHE FISICHE
Come dimensioni è paragonabile alla Testudo hermanni; infatti il suo carapace raggiunge una lunghezza che varia tra i 15 e i 22 cm. Il carapace è molto arrotondato, ma piuttosto depresso; la colorazione varia da un marrone chiaro fino a un giallo o verde oliva, spesso con segni marroni o neri sugli scudi più larghi.
Il piastrone è largo con una macchia nera rotondeggiante su ciascuno scudo. Lo scudo sopracaudale è indiviso. Una caratteristica peculiare è quella di presentare quattro unghie per ogni zampa, motivo per cui sono anche chiamate "tartarughe dalle quattro dita".

DIMORFISMO SESSUALE
La coda del maschio e' piu' lunga ed ha la base piu' larga.
Le femmine raggiungono dimensioni maggiori.
Maschi con scuti anali che formano un angolo più ampio di quello delle femmine.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
L'allevamento in cattività presenta alcune difficoltà, soprattutto se tenuta all'aperto. Anche se molti allevatori non hanno riscontrato problemi nell'allevarla all'esterno, va tenuto presente che la difficoltà principale è rappresentata dall'umidità, che alle nostre latitudini è sicuramente mediamente molto più elevata rispetto al suo territorio naturale.
E' importante che il giardino in cui viene allevata sia molto soleggiato ed è consigliabile approntare un rifugio che sia completamente al riparo dall'acqua piovana; questo vale anche in caso di ricovero invernale per il letargo all'aperto. In caso di allevamento di un gruppo di horsfieldii è sempre consigliabile la proporzione di 2 o 3 femmine per ogni maschio.
Va tenuto presente che sono molto agili e quindi possono arrampicarsi facilmente su luoghi impensabili: ciò permette loro di rigirarsi abbastanza facilmente in caso di ribaltamento (è molto difficile sorprenderle a zampe all'aria).
Inoltre, essendo potenti scavatrici (hanno le zampe anteriori molto forti), se non si provvede a frenarle con materiale rigido (legno, plastica) posto a 30-40 cm. di profondità nel terrario, in prossimità del letargo si rischia di vederle sparire da un giorno all'altro a profondità che possono tranquillamente superare il mezzo metro.
Per quanto riguarda l'eventuale incubazione delle uova, valgono circa gli stessi criteri adottati per le Testudo hermanni: temperatura costante sui 30/32 gradi, percentuale di umidità tra il 60/80%. In tale situazione i tempi di schiusa delle uova si aggirano sui 60/70 giorni.

ALIMENTAZIONE
L'alimentazione è interamente erbivora, compresa l'erba (verde e anche secca), fiori, foglie e frutti.
Beve durante i temporali nelle pozzanghere che si formano; durante la stagione secca, soprattutto nelle zone più aride del suo areale, si rifornisce di acqua metabolica per supplire alle sue necessità.

RIPRODUZIONE
Poco dopo il risveglio dal letargo invernale, che avviene in genere tra marzo e maggio, i maschi si mettono subito alla ricerca di femmine con cui accoppiarsi. Si possono avere fino a tre deposizioni l'anno, da 2 a 9 uova, ma di solito vi è una sola covata nel mese di giugno.
Le uova si schiudono dopo circa 3/4 mesi, ma qualche volta i piccoli svernano nel nido, emergendo durante la primavera successiva. Alla nascita i piccoli misurano 3 o 4 cm.; a parte il primo anno, la crescita è piuttosto lenta e all'età di 10 anni essi raggiungono la maturità sessuale, anche se è la dimensione il principale fattore per stabilire la raggiunta maturità sessuale (10-11 cm. i maschi, almeno 13 cm. le femmine).
Il rituale del corteggiamento è alquanto insolito. Il maschio si avvicina alla femmina e ripetutamente le gira intorno, poi si ferma di fronte alla sua testa, estende il collo fissandola direttamente negli occhi mentre scuote rapidamente la testa su e giù come una danza. Solo successivamente l'accoppiamento può avvenire con successo; i morsi e le spinte del maschio sono del tutto occasionali.

NOTE
La Testudo horsfieldii, inclusa nel genere Testudo, dopo il 1980 è stata classificata da alcuni studiosi come unica specie del genere Agrionemys e prende il nome dal naturalista e viaggiatore Dr. Horsfield, che per primo la riconobbe come una specie diversa.

Autore: Giuseppe Ugolini
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri

Testudo hermanni ssp. hercegovinensis

Specie Terrestri

La recente descrizione di una nuova sottospecie di Testudo hermanni sembra aver riaperto quella controversa ed antica questione che fa capo al riconoscimento dello status delle diverse popolazioni che compongono questa specie, con particolare accento sulla polimorfa forma orientale (T. hermanni boettgeri). Dato il gran parlare che si è fatto attorno a questo evento, naturalmente accolto con gran piacere da tutti gli appassionati allevatori di testuggini terrestri mediterranee, sono stato invitato a raccogliere le informazioni disponibili su questo taxon e ad esprimere su di esso un'opinione.

Note: in questa trattazione utilizzeremo il termine "sottospecie orientale" come sinonimo della sola T. hermanni ssp. boettgeri 'sensu stricto' (cioè esclusa la "hercegovinensis") e "sottospecie occidentale" per T. hermanni ssp. hermanni. La nuova sottospecie verrà invece individuata dalla presenza del termine "hercegovinensis", posto in diverse e varie combinazioni con gli attributi generici ('Testudo') e specifici ('hermanni'), in caratteri corsivi o non, ciò in linea con confusione che attualmente interessa la sua collocazione tassonomica.

Col termine taxon (plurale taxa) ci si riferisce ad un esemplare di qualsiasi livello tassonomico; cioè può essere sinonimo ora di "sottospecie", ora di "specie" etc. Qui è usato quasi sempre come sinonimo di T. h. hercegovinensis.

Diversamente dalla situazione relativamente omogenea di T. hermanni hermanni, quella di T. hermanni boettgeri evidenzia una spiccata variabilità morfologica e genetica che anche l'osservatore inesperto può cogliere con facilità nella forma, nelle dimensioni e nella pigmentazione dei soggetti analizzati.

Tale variabilità sembra avere una spiegazione "storica". Essa deriverebbe infatti dalla presenza, durante l'ultima glaciazione, di molti "rifugi glaciali" distribuiti nella penisola greca, zone a clima relativamente mite all'interno delle quali le diverse popolazioni di T. hermanni orientali ebbero la possibilità di sopravvivere e di differenziarsi in condizioni di isolamento riproduttivo. Il successivo ritiro dei ghiacci
avrebbe consentito la distribuzione dei soggetti nell'intero areale oggi riconosciuto come habitat della specie (cioè nella penisola ellenica e nell'area dei Balcani), generando un certo grado di fusione dei diversi fenotipi.

Il risultato di queste dinamiche storiche è oggi una sottospecie – Testudo hermanni ssp. boettgeri - composta da forme geografiche diverse e riconoscibili, sulle quali tuttavia è assai difficile dare un giudizio definitivo. Due di queste forme geografiche in particolare hanno attirato l'attenzione dei biologi e appassionati in questi ultimi anni: T. hermanni 'hercegovinensis' e T. hermanni 'peloponnesica'. In questa scheda ci occuperemo della prima delle due.

Testudo hermanni ssp. hercegovinensis è endemica della Croazia, Bosnia-Herzegovina e Montenegro ed è stata descritta nel lontano 1899 da Werner come sottospecie di T. graeca, solo pochi anni dopo la descrizione di T. hermanni boettgeri (1889). A quest'ultima, la sottospecie croata è rimasta accorpata per molti anni fino alla sua recente rivalutazione da parte di Perälä (2001).

Questo autore propone per la verità di riconoscere a T. hermanni 'hercegovinensis' il valore di specie, piuttosto che quello di sottospecie. Tuttavia, questa scelta non sembra essere confinata a questo taxon, quanto piuttosto rientrare in una più generale discussione "accademica" fra tassonomi, alcuni dei quali sembrano risoluti ad eliminare dal Sistema di Classificazione Internazionale il livello di sottospecie. Personalmente, devo ammettere di non riuscire a cogliere il senso di questa operazione. Forse alcuni di coloro che vorrebbero veder modificata la tradizionale denominazione in un'improbabile "Testudo hermanni, Testudo boettgeri e Testudo hercegovinensis", sono spinti dalla convinzione di potere, in questo modo, eliminare alla radice i molti problemi nella classificazione degli organismi viventi; problemi che in realtà, come qualsiasi biologo ha ben presente, dipendono non tanto dall'uso dei nomi o delle categorie tassonomiche, ma piuttosto emergono inevitabilmente quando si considerano le specie nella loro reale natura di "entità" transitorie ed in continua evoluzione, piuttosto che come qualcosa di fisso e facilmente delimitabile.

In questa breve presentazione di Testudo hermanni 'hercegovinensis' tratteremo quindi questo taxon in modo tradizionale, cioè come sottospecie, perché ci sembra il caso di evidenziare gli stretti rapporti che la legano con T. hermanni ssp. boettgeri e con T. hermanni in generale.

CRITERI MORFOLOGICI E COMPORTAMENTALI DI RICONOSCIMENTO
Oltre che in base all'areale di distribuzione, la nuova sottospecie può essere riconosciuta da T. h. boettgeri anche per alcuni caratteri morfologici e comportamentali.
1. In primo luogo, T. h. hercegovinensis appare generalmente di dimensioni più contenute, non superando i 148 mm per i maschi e i 190 mm per le femmine (dimensioni massime). Mediamente, tuttavia, i maschi sono attorno ai 126-135 mm per un peso di 600-830 grammi, mentre le femmine attorno a 140- 150 mm per un peso di 990-1080 grammi.
2. La colorazione del piastrone è generalmente più scura di quella che siamo abituati ad osservare in T. hermanni boettgeri e può, in alcuni casi, consistere in due bande scure quasi continue ai lati dello stesso. Ciò la avvicina maggiormente, da un punto di vista morfologico, alla sottospecie occidentale, T. hermanni hermanni.
3. Il rapporto fra suture è sicuramente più vicino a quello tipico della sottospecie orientale. Anche se non esistono dati ricavati da un campione sufficientemente esteso da poter trarre delle conclusioni certe, pare che dall'analisi degli emplari originali depositati da Werner si possa dedurre un rapporto fra sutura pettorale e sutura femorale prossima a 1, (per esempio, 67 mm su 66 mm). Questo rapporto non è in contrasto con lo standard riconosciuto in T. h. boettgeri. Infatti, nel 1968 Stemmler individuò in un valore attorno a 0,85 il rapporto fra sutura pettorale e sutura femorale nella sottospecie orientale (contro 1,8 per quella occidentale).
4. Il carattere tuttavia che dovrebbe essere maggiormente indicativo sell'appartenenza di un esemplare alla sottospecie 'hercegovinensis' è l'assenza delle scaglie inguinali (osservabili, quando sono presenti, nell'incavo del carapace nel quale vengono ritirate le zampe posteriori). Va messo subito in chiaro che, pur trattandosi di un carattere importante, non è per nulla determinante preso da solo, ma che al contrario deve essere ponderato e valutato in modo critico assieme a tutti gli altri caratteri. Infatti, è possibile che in un'esemplare possa essere presente anche una sola scaglia inguinale, dal lato destro o da quello sinistro, e ciò non pregiudicherebbe, secondo gli autori tedeschi, la corretta attribuzione alla sottospecie 'hercegovinensis'. Questo carattere è stato oggetto di discussioni e non viene accettato da tutti. Pare infatti che la mancanza della scaglia inguinale – o delle scaglie inguinali - possa escludere che si tratti di una 'boettgeri', mentre la presenza delle stesse (entrambe o solo una) non sarebbe motivo sufficiente per ascrivere l'esemplare a questa stessa sottospecie ed escludere che si tratti di una 'hercegovinensis'.
5. Il settimo scuto marginale, osservato ventralmente, tende ad avvicinarsi meno con la propria estremità inferiore all'incavo nel quale vengono ritirate le zampe posteriori.
6. Osservazioni in condizioni di cattività hanno messo in luce delle differenze anche nel comportamento riproduttivo. T. hermanni hercegovinensis depone quasi sempre una sola volta in una stagione: 3, massimo 5 uova per covata. T. hermanni boettgeri depone invece anche 3 volte durante l'estate e il numero di uova per covata supera quasi sempre il numero di 5.

Una descrizione di questo genere, che si basa su differenze che possono sserci come non esserci affatto, può lasciare disorientato l'appassionato che desideri trovare una collocazione – un "nome scientifico" – al proprio animale. E' chiaro che quanti più caratteri vengono presi in considerazione tanto più affidabile risulterà la conclusione, specie se tutti o la maggior parte dei caratteri saranno "
concordi" nel comprendere o non comprendere l'esemplare in quella data specie (o sottospecie).

Tuttavia va detto sin da subito che il desiderio di basare il riconoscimento "certo" del proprio esemplare sulle sole caratteristiche morfologiche si scontra con uno scoglio insormontabile anche dalla più dettagliata descrizione: con il fatto cioè che la classificazione in biologia NON si basa SOLO sulla morfologia, né l'aspetto fenotipico (morfologico e comportamentale) ne è il fattore più importante.

Il riconoscimento di una nuova specie, o sottospecie, necessita innanzitutto di una valutazione della portata dell'isolamento riproduttivo, occorre cioè capire se esiste una reale discontinuità riproduttiva fra due popolazioni o se piuttosto vi è un passaggio graduale da una all'altra; in quest'ultimo caso le cose si farebbero assai più complicate, giacché sorgerebbe il problema di dove porre il confine: chi decide " da qua in poi abbiamo la sottospecie X"?. Se non v'è un qualche grado di discontinuità fra due popolazioni, a livello morfologico o riproduttivo, possono cadere i presupposti per riconoscerle come specie o sottospecie separate.

Sarebbe poi una cosa molto positiva disporre di dati molecolari (analisi delle sequenze del DNA) da poter confrontare con quelli morfologici, considerato che non sempre questi due "livelli" portano a conclusioni identiche. Purtroppo, al momento queste informazioni di importanza chiave non sono disponibili, almeno a quanto ne so. Ci dobbiamo quindi aspettare, nel futuro più prossimo, un'inevitabile oscillazione dei pareri degli esperti, con un'alternanza fra posizioni estremiste ("si tratta di una nuova specie!"; "è semplicemente una 'boettgeri'!") e posizioni più moderate ("forse è una nuova sottospecie"), condita di quel generale disorientamento che sempre
accompagna eventi di questo genere (cioè nuove "descrizioni"), fino all'affermazione (quasi) definitiva di uno dei punti di vista, generalmente in concomitanza con l'emergere di nuove "prove" a favore di una delle tesi in competizione.

All'atto pratico del riconoscimento di un esemplare va rivelato che, soprattutto quando la discontinuità morfologica fra le due sottospecie o specie "candidate" è molto bassa, occorre basarsi su altri fattori, e fra questi il più "risolutivo" è sicuramente la provenienza dell'esemplare.

E' chiaro che per distinguere un ippopotamo da un cammello - due specie fortemente discontinue perché separate da migliaia di anni di evoluzione - ci possiamo basare anche solo sull'aspetto dei due animali, con un margine di errore praticamente nullo, tuttavia quando si tratta di riconoscere due varietà locali in seno ad una stessa specie, o due specie molto simili, occorre davvero fare uno sforzo in più.

Perché risulta così difficile riconoscere due sottospecie su base morfologica e qual è l'origine delle tante opinioni diverse attorno alla possibilità di riconoscere i nuovi taxa come specie piuttosto che come sottospecie?

Per rispondere a questa domanda è necessaria una breve digressione che consenta di inquadrare il problema in un tema di portata più generale.

Le difficoltà intrinseche alla classificazione dei viventi cui i sistematici hanno quotidianamente a che fare e che sono alla base di molti degli scontri fra "scuole" diverse, dipendono essenzialmente dalla difficoltà che si incontra a dover porre delle delimitazioni nette ad un processo - come quello che porta alla formazione di nuove specie - che, osservato nella sua estensione temporale, appare continuo.
Come si è già messo in evidenza, quella che ora è solo una sottospecie, domani potrebbe diventare una Specie (se il processo di differenziamento andrà avanti); ieri, invece, era solo una popolazione indistinguibile dalle altre popolazioni della medesima specie. Una sottospecie rappresenta, in altre parole, una delle tappe intermedie di quel processo di differenziamento che, partendo da semplici varianti locali di una specie antenata comune, culmina con la formazione di una o più specie del tutto nuove, come effetto dell'accumulo di differenze in condizioni di isolamento riproduttivo. Un processo di questo tipo è detto "di speciazione" e porta alla "gemmazione" di nuove specie da specie preesistenti.

Mi permetto, col solo scopo di facilitare la comprensione del problema, di fare un paragone con il fenomeno della metamorfosi degli anfibi anuri (processo col quale il nostro condivide le problematiche ma non la natura). Mentre ci è facilissimo distinguere un girino da una rana completamente formata, ci risulta molto più difficile riconoscere uno qualsiasi degli stadi intermedi fra il girino e la rana e quasi impossibile dare loro una collocazione "sistematica".

In questo senso, chi si accinge a classificare i viventi assomiglia ad un ragazzino che, a caccia di anfibi in uno stagno, desideri trovare il sistema più ragionevole per classificare i vari stadi di metamorfosi che riesce ad incontrare, suddividendoli "per categorie" in contenitori diversi.

Le difficoltà che si incontrano nel definire i rapporti reciproci fra diverse sottospecie (per es., quelli di T. h. hermanni con T. h. boettgeri) che, come abbiamo visto, rappresentano stadi intermedi di differenziazione verso future specie, diventano allora perfettamente comprensibili, anzi "naturali": quanti contenitori dovrà adoperare il ragazzino? Solo due (girino / rana; gli stadi intermedi verranno ripartiti
fra queste due categorie) o molte decine (un contenitore per ogni variante)?

Allo stesso tempo, vediamo come il problema del riconoscimento di un taxon come Sottospecie o come Specie perda molta della sua importanza, e forse anche un po' della sua serietà, quando viene paragonato al seguente paradosso (Noto come "Il paradosso di Anfibio", originariamente formulato da J. Cargile): disponendo di qualche centinaio di fotogrammi della metamorfosi di un anfibio, è possibile individuare il momento esatto (cioè l'esatto fotogramma) in cui uno stadio intermedio diventa finalmente "Rana"? Ovviamente no, perché si tratta di un processo continuo!

In un processo, come quello della speciazione, che si estende nel tempo per milioni di anni, un fotogramma può essere ragionevolmente compreso nel "breve" intervallo di un centinaio d'anni. I biologi, nel loro studio sistematico degli esseri viventi, stanno quindi osservando un fotogramma di quel processo – continuo – che porta alla trasformazione delle sottospecie in specie.

IN CONCLUSIONE
1. Lo status del nuovo taxon descritto è ancora abbastanza dubbio ma sussistono delle evidenze che fanno propendere per riconoscerlo come sottospecie di Testudo hermanni filogeneticamente vicina a T. h. boettgeri;
2. I caratteri morfologici che la differenziano da T. hermanni hermanni e da T. hermanni boettgeri devono essere valutati nel loro insieme, dato che la presenza o l'assenza di uno solo di essi non può costituire una discriminante valida. E' questo il motivo per cui, molto spesso, solamente chi ha un'ampia familiarità con la specie (cioè solo chi ha visto decine e decine di esemplari di provenienza certa) ha pure la competenza per valutare nel modo più corretto la situazione;
3. Il riconoscimento su base morfologica non dà comunque la garanzia che un esemplare sia realmente una 'hercegovinensis', ma solo una certa probabilità;
4. Solamente conoscendo il luogo di origine di un esemplare raccolto in natura è possibile raggiungere la certezza su "che cosa sia".

Autore: Gionata Stancher
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri
Sabato, 26 Aprile 2014 14:31

Testudo hermanni

Testudo hermanni

Testuggine di Hermann

Specie Terrestri

Testuggine di Hermann - Hermann's Tortoise
Gmelin, 1789

CLASSIFICAZIONE
Ordine = TESTUDINES
Sottordine = CRYPTODIRA
Famiglia = TESTUDINIDAE
Genere = TESTUDO
Specie = TESTUDO HERMANNI

STATUS GIURIDICO
Per motivi conservazionisti, Testudo hermanni è stata inclusa nella Convenzione di Washington (C.I.T.E.S.), appendice II.

DISTRIBUZIONE IN NATURA
Testudo hermanni è la testuggine terrestre maggiormente diffusa nella nostra penisola e l'unica sicuramente autoctona. L'areale di distribuzione europeo della specie spazia dalla Spagna alla Romania, passando attraverso il sud della Francia, Italia, Grecia, regioni balcaniche e Bulgaria.
Nel nostro Paese si estende lungo pressoché tutta la costa tirrenica, in Puglia, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna, seppure in modo locale e punteggiato, comprendendo popolazioni la cui attuale segregazione ad un numero sempre più ristretto di località e soprattutto all'interno di aree protette, riflette l'attività di raccolta cui è stata sottoposta questa specie nel corso degli anni per scopi commerciali, nonché la rarefazione degli habitat naturali.

COLLOCAZIONE TASSONOMICA
La collocazione tassonomica di Testudo hermanni ha attraversato nel corso degli anni alcune revisioni, sia a livello specifico che subspecifico. Sino a non moltissimi anni fa essa veniva designata col nome Testudo graeca, ora appartenente ad una specie diversa dalla quale si differenzia per alcuni caratteri distintivi. D'altro canto l'abitudine, rimasta nei paesi di lingua anglosassone, di chiamare Testudo hermanni col nome comune di 'Greek Tortoise', cioè testuggine greca (la vera Testudo graeca è detta 'Spur-thighed tortoise'), concorre ancora oggi ad alimentare la confusione nel distinguere queste due specie morfologicamente simili.
L'iniziale suddivisione nelle due sottospecie , quella occidentale Testudo hermanni ssp. robertmertensi e quella orientale Testudo hermanni ssp. hermanni, a partire dal 1987 si è tradotta, per motivi di priorità tassonomica, in Testudo hermanni ssp. hermanni e Testudo hermanni ssp. boettgeri (Mojsisovics, 1889), rispettivamente. La forma occidentale era stata infatti descritta per prima da Gmelin e quindi, in quanto olotipo, doveva rappresentare la specie nominale. Recentemente sono state proposte due nuove forme, dal valore tassonimico non ancora accertato: Testudo hermanni 'peloponnesica' e Testudo hermanni 'hercegovinensis'.

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE
La presenza di due scuti sopracaudali in luogo di uno scuto singolo viene di norma assunta quale carattere più evidente e sicuro per distinguere Testudo hermanni da Testudo graeca, nonostante vari studi condotti su popolazioni appartenenti alle due diverse specie abbiano evidenziato in entrambe diffusi casi di "anomalie" che ne ridimensionano l'importanza: da una parte l'esistenza di esemplari di Testudo hermanni dotati di singolo scuto sopracaudale, dall'altra esemplari di Testudo graeca con scuto sopracaudale doppio (questi ultimi meno frequentemente).
"Eccezioni" queste, talvolta anche abbastanza diffuse, che possono rendere difficile la collocazione certa di simili esemplari anomali nell'una o nell'altra specie da parte dei non esperti. La presenza di tale variabilità morfologica per questo carattere impone che vengano considerati anche altri caratteri, la combinazione sola dei quali sarà determinante per una sicura classificazione.
Questi ultimi sono:
- l'astuccio corneo presente all'apice della coda tanto dei maschi quanto delle femmine di Testudo hermanni (e assente in T.graeca);
- la presenza di tubercoli cornei ai lati delle cosce nelle sole T.graeca;
- la colorazione del piastrone, formante due bande nere più o meno continue in T.hermanni, confusamente segnato di colore grigio scuro-nero in T.graeca.

Rapporti fra T. hermanni hermanni e T. hermanni boettgeri
Queste due razze geografiche comprendono, rispettivamente, le popolazioni ad Occidente e ad Oriente del Mare Adriatico. Le popolazioni italiane appartengono quindi alla sottospecie Testudo hermanni hermanni, che differisce dalla simile Testudo hermanni boettgeri per taluni caratteri morfologici, dei quali ci occuperemo più avanti in modo dettagliato, e per le dimensioni generalmente più contenute.
La sottospecie boettgeri occupa un vasto areale che, partendo dall'Istria, si estende lungo tutte le coste orientali dell'Adriatico per allargarsi nella penisola greca fino alla Romania e Bulgaria. La supposizione circa la presunta autoctonicità di questa sottospecie nel Friuli, nel Veneto ed in Emilia Romagna è stata più volte avanzata a giustificazione dei frequenti rinvenimenti, per esempio nelle zone attorno al Delta del Po, ma non sembra aver ottenuto conferme definitive.
Sappiamo inoltre che numerosi esemplari provenienti dall'ex Jugoslavia sono stati importati e liberati negli anni passati nel Centro-Nord Italia, circostanza che renderebbe particolarmente difficili eventuali studi che intendessero provare quanto sopra ipotizzato sulla base della comparazione di individui nelle zone di ritrovamento e tendenti a ricercare un'eventuale uniformità morfologica.
Attualmente entrambe le sottospecie sono diffusamente allevate e riprodotte con successo in cattività, per quanto quella orientale abbia dimostrato una maggiore resistenza ai climi rigidi del Nord Italia, resistenza probabilmente dovuta al fatto che si tratta per la maggior parte di esemplari provenienti da zone a latitudini più elevate (per esempio, dall'Istria o dalla Croazia).
I caratteri che distinguono le due sottospecie di T. hermanni, pur di facile individuazione, mostrano tuttavia una variabilità tale da rendere in alcuni casi ardua la sicura classificazione di esemplari di provenienza sconosciuta. Per quanto alcuni studiosi si siano dati parecchio da fare analizzando un gran numero di soggetti appartenenti a ciascuna delle due sottospecie (vedi gli "indici di Stemmler", proposti nel 1968), appare complessivamente difficile stabilire parametri esatti che possano distinguerle, questo in parte a causa della presenza accertata di esemplari portatori di caratteri intermedi, anche non necessariamente ibridi.
La livrea di Testudo hermanni boettgeri si è rivelata particolarmente variabile, specie nella colorazione del carapace, e si sono osservate anche forme con una pressoché totale assenza di pigmento nero. Al contrario la "cugina" occidentale sembra più costante nelle caratteristiche, soprattutto nella colorazione. Per questi motivi non è da escludere che future ricerche possano portare al riconoscimento di talune di queste forme locali di T.h.boettgeri come nuove sottospecie o razze geografiche, e quindi alla suddivisione di questo taxon, ipotesi sempre comunque subordinata all'individuazione di uniformità morfologiche nelle popolazioni selvatiche considerate e alla presenza di fattori ecologici e geografici che possano chiarire la natura e il grado di un eventuale isolamento riproduttivo.

La descrizione che segue va quindi ponderata alla luce di queste considerazioni.

Testudo hermanni hermanni presenta un piastrone con un'estesa copertura di colore nero, tale da formare due bande continue ai lati dello stesso, a differenza di T.h.boettgeri sul cui piastrone è possibile osservare solamente macchie di colore scuro o nero disgiunte fra loro. Si segnala peraltro la presenza di esemplari appartenenti a quest'ultima sottospecie con piastrone completamente nero o con una disposizione del colore simile a quella osservabile nella forma occidentale: alcuni esemplari provenienti dal Peloponneso o dalla Croazia possono per esempio trarre facilmente in inganno date le dimensioni generalmente contenute e la colorazione scura del loro piastrone. Nel caso particolare della Grecia, la variazione morfologica nella pigmentazione del piastrone di T.h.boettgeri segue un cline individuato nel passaggio dagli esemplari di grandi dimensioni e debolmente macchiati di nero tipici del Nord, a quelli di dimensioni più contenute e col piastrone molto scuro del Sud. Ladistribuzione del pigmento nero in questi ultimi è assai simile a quella tipica della nostra T.h.hermanni, quando non addirittura più estesa, data la frequenza di esemplari melanotici (dintorni di Sparta, come rilevato da R. Willemsen, 1999).

Altro parametro utile è il rapporto fra le dimensioni della sutura pettorale e quella femorale del piastrone: si assumono appartenenti alla sottospecie hermanni gli esemplari in cui la sutura pettorale è minore della femorale; il rapporto inverso sarebbe invece tipico della boettgeri. Proprio questo che potrebbe sembrare a prima vista il carattere più "certo", quasi matematico, si è invece rivelato forse il più controverso. Il problema nasce infatti dall'esistenza di esemplari che presentano un rapporto uguale o vicino a uno: a tal proposito, e a sostegno della già citata difficoltà di fondo a distinguere con certezza le due sottospecie, va rilevata l'esistenza di soggetti di Testudo h.boettgeri verosimilmente "puri" la cui sutura pettorale è di dimensioni uguali (quando non leggermente inferiori) a quella femorale. Anche in questo caso, quindi, ci troviamo di fronte ad un continuum di forme caratterizzate da un'assenza di variazioni discrete (vale a dire di "salti") che rende certamente ragione di una classificazione inferiore al rango di specie e giustifica le difficoltà che si incontrano nella collocazione tassonomica.

La presenza di una macchietta gialla sotto l'occhio può aiutare a classificare come T.hermanni hermanni un esemplare dubbio, per quanto sia possibile osservare la stessa caratteristica in T.h.boettgeri di giovane età (poi in questa sottospecie tende a sparire).

Le dimensioni della nostra h. hermanni si aggirano intorno ai 14-17 centimetri per le femmine, con punte minime e massime rispettivamente nelle popolazioni pugliesi e sarde (queste ultime possono raggiungere i 19-20 cm in grosse femmine), mentre fra le più grandi h.boettgeri non sono rari casi in cui i 20 cm vengono ampiamente superati (dimensioni massime 28-30 cm osservate in esemplari provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria). I maschi sono più piccoli in entrambi i casi.

Va inoltre segnalato che soggetti anomali con scuto sopracaudale unico si rinvengono molto più facilmente nella sottospecie orientale: uno studio condotto da Highfield & Bayley su un campione composto da 438 esemplari di T.h.boettgeri in natura e in cattività, ha rilevato un'incidenza dell' anomalia attorno al 18%; questo carattere è inoltre trasmissibile nelle generazioni anche in forma recessiva.

L'accoppiamento fra Testudo hermanni hermanni e Testudo hermanni boettgeri, sconsigliato tanto in natura (introduzione di esemplari non autoctoni) quanto in cattività (promiscuità fra esemplari delle due sottospecie) per comprensibili motivi biologici ed ecologici, porta alla nascita di ibridi fertili e dotati di caratteri più o meno intermedi fra i due genitori, ma più frequentemente, sembra, con una dominanza della livrea tipica della prima.

A fronte della citate difficoltà nel discernere morfologicamente le due razze geografiche, va peraltro sottolineato che studi biomolecolari hanno rilevato significative differenze nelle sequenze del loro DNA (con riferimento allo studio condotto nel 2002 da A.C. van der Kuyl et al.).

DIMORFISMO SESSUALE
La presenza nei maschi delle tartarughe di un organo copulatore che viene estroflesso attraverso l'apertura cloacale solo nel momento dell'accoppiamento, fa sì che la distinzione del sesso debba basarsi principalmente su una serie di caratteri sessuali secondari. Nel caso di Testudo hermanni questi ultimi sono abbastanza evidenti, più che in altre specie dello stesso genere.
I maschi possiedono una coda lunga, robusta e grossa alla base. L'astuccio corneo è ben sviluppato. La coda della femmina è invece piccola e corta, l'apice corneo presente ma non così evidente.
La distanza dell'apertura cloacale dalla base della coda è maggiore nel maschio.
I maschi adulti presentano una concavità nel piastrone che tende ad accentuarsi con l'età; il piastrone delle femmine e dei giovani è invece piatto.
L'angolo formato dagli scuti anali del piastrone è molto maggiore nel maschio; l'altezza degli stessi scuti è però maggiore nella femmina.
Osservando la parte posteriore del piastrone di un maschio, si può notare che lo scuto sopracaudale è incurvato verso il basso. Nella femmina è "in linea" col resto del carapace.
I maschi sono di taglia inferiore rispetto alle femmine adulte della stessa sottospecie.

Le caratteristiche elencate riflettono le diverse necessità che maschio e femmina si trovano a dover affrontare nel rispettivo ruolo riproduttivo. Per esempio, la maggiore apertura degli scuti anali del piatrone garantisce al maschio una maggiore mobilità della coda durante l'accoppiamento, la concavità facilita monta, la rientranza dello scuto sopracaudale del carapace lo mette al riparo da possibili aggressioni di altri maschi e aiuta il mantenimento della posizione quasi verticale durante l'accoppiamento.
Tutti i caratteri considerati si rendono tanto più evidenti quanto più l'esemplare in oggetto si avvicina alla maturità sessuale (in cattività, 4-6 anni per i maschi, 6-9 anni per le femmine); piccoli di 1-2 anni possono essere sessualmente indistinguibili se non ad un occhio molto esperto o attraverso la comparazione con numerosi esemplari.

MANTENIMENTO IN CATTIVITA'
Anche questa specie, come le altre appartenenti al genere Testudo, necessita di ampi spazi all'aperto e di un ricovero invernale, all'esterno o all'interno, nel quale trascorrere i mesi più freddi. Particolare attenzione verrà prestata all'allestimento di recinti "a prova di fuga", in quanto questi animali si sono dimostrati in molte occasione degli evasori insospettabilmente abili.
L'esposizione ideale dovrebbe permettere alle tartarughe di beneficiare dei raggi diretti del sole perlomeno nella prima metà della giornata; le ore mattutine sono infatti quotidianamente impiegate alla termoregolazione, vale a dire al raggiungimento della temperatura corporea ideale. Il loro metabolismo viene così velocizzato e dopo questo "bagno di sole" gli animali cominciano la ricerca dell'alimento: con una temperatura corporea di circa 30°C gli enzimi digestivi vengono completamente attivati.
Le ore più calde della giornata vengono trascorse all'ombra; questi animali infatti mal sopportano l'eccesso di calore e, se da una parte l'esposizione ai raggi del sole è certamente essenziale per permettere la termoregolazione e il fissaggio del calcio nelle ossa, dall'altra l'impossibilità di godere di un riparo adeguato può portare rapidamente alla morte per surriscaldamento.
L'occupazione di habitat semiaridi da parte della specie in condizioni selvatiche, impone un'attenzione particolare nell'evitare l'allevamento in microclimi eccessivamente umidi, ciò che potrebbe provocare problemi respiratori e favorire l'insorgenza di patologie come raffreddori o polmoniti. Soprattutto al Nord è il caso di costruire dei ripari all'asciutto. D'altra parte un certo grado di umidità ambientale è necessario soprattutto per i neonati durante i primi mesi di vita, quindi l'ideale sarebbe disporre di un'ampia varietà di ambienti fra i quali possano scegliere.

LETARGO
L'entrata nella fase di riposo invernale corrisponde ad un rallentamento di tutta l'attività metabolica. Si tratta quindi di un momento particolarmente delicato durante il quale avvengono delle importanti modificazioni fisiologiche, motivo per cui in cattività è necessario prepararlo con il massimo riguardo alle esigenze di questi animali.
Ciò nonostante sosteniamo che l'allarmismo col quale viene normalmente affrontato il tema "letargo", sentito soprattutto nel caso dei giovani esemplari, sia totalmente ingiustificato; si tratta infatti di un evento assolutamente normale e fisiologico, ed eventuali decessi sono da attribuire per la massima parte a nostri errori di allevamento.
Le cifre che vengono spesso propinate come effetto della "selezione naturale" che opererebbe per mano della latenza, secondo taluni vicine al 50% di sopravvivenza al primo anno di letargo, sono del tutto esagerate e prive di obiettività relativamente alle ragioni che vengono addotte, e con tutta probabilità sono la somma di una serie di fattori fra i quali il letargo in sé non ne rappresenta che una minima percentuale.
Partiamo dal ragionevole presupposto che non esista alcun motivo per cui un esemplare in condizioni normali di salute non dovrebbe superare quei 4-5 mesi di letargo che costituiscono un evento assolutamente normale nella sua vita, e per affrontare il quale ha evoluto, in quanto specie, adattamenti più che adeguati. Miriamo piuttosto ad individuare le cause che nelle condizioni anormali imposte dalla cattività possono di fatto portare ai decessi.

Primo fattore importante è la temperatura. Il luogo di svernamento, sia esso all'aperto o al chiuso, deve mantenersi preferibilmente attorno ai 5°C, evitando con attenzione che la colonnina di mercurio scenda al di sotto dei 2° (la temperatura va calcolata laddove si trova l'animale, quindi sottoterra se è interrato). D'altra parte anche temperature eccessivamente elevate, per esempio quelle vicine o sopra i 10°, possono determinare qualche problema dovuto ad un mantenimento troppo elevato dei tassi metabolici, cui segue un consumo eccessivamente rapido delle riserve accumulate durante la bella stagione. Questa circostanza è tanto più pericolosa quanto più giovani sono le tartarughe.

L'umidità del substrato nel quale si trova l'animale durante la latenza è altrettanto importante in quanto, purché moderata, aiuta a limitare fortemente la disidratazione. Anche in questo caso le più esposte sono le giovani tartarughe, dato che soffrono maggiormente degli esemplari adulti per un'eccessiva siccità.

E' importante che tutte le tartarughe vadano in letargo con lo stomaco e l'intestino vuoti; questo serve ad evitare che il cibo non digerito possa fermentare o putrefare all'interno dell'animale. In condizioni normali l'assunzione dell'alimento viene istintivamente ridotta con avvicinarsi della brutta stagione e del freddo. Pertanto è senz'altro sconsigliabile l'abitudine di ritirarle in casa per ripararle dal freddo notturno, per poi rimetterle all'aperto di giorno: ciò può indurre negli animali un disorientamento tale da renderli incapaci di regolarsi adeguatamente in preparazione del letargo.

E' utile far bere le nostre tartarughe prima che si addormentino definitivamente: in questo modo, esse conserveranno una riserva di liquidi nella vescica dalla quale poter attingere in caso di bisogno.

Visite periodiche sono consigliate al fine di rilevare in tempo qualsiasi problema. E' possibile anche procedere al peso dell'animale, che non dovrebbe perdere più dell'1% del proprio peso per ogni mese di letargo; se il dato rilevato sul nostro esemplare fosse significativamente superiore, ciò potrebbe essere la spia di una situazione anomala ed in questo caso sarebbe quindi consigliabile interrompere la latenza portandolo in un locale riscaldato.

Gli animali malati o denutriti e in generale tutti quelli che non hanno recuperato il loro peso entro il mese di agosto non vanno fatti ibernare. Qualsiasi situazione anomala o patologica tende inevitabilmente a degenerare durante il riposo invernale.

Anche i piccoli nati alla fine dell'estate in genere possono tranquillamente sopportare i 4 mesi di letargo. Tuttavia può essere consigliabile ridurne la durata limitatamente a questo primo anno, specie se si tratta di tartarughine nate solo da pochi giorni o poche settimane: un paio di mesi possono essere in questi casi sufficienti.

ALIMENTAZIONE IN NATURA
Contrariamente a quanto si credeva fino a pochi anni fa, Testudo hermanni è una specie quasi esclusivamente vegetariana e le poche ricerche compiute sulle preferenze dietetiche di esemplari allo stato selvatico rafforzano questa conclusione. Le essenze erbacee consumate regolarmente dalle testuggini spaziano attraverso diverse famiglie, in particolare le ompositae, Leguminosae, Ranuncolaceae, Rubiaceae, Graminaceae. Esempio di piante molto comuni e bilanciate dal punto di vista nutritivo sono il tarassaco, la piantaggine e l'erba medica.
Frutti e bacche costituiscono una minima parte della loro dieta (non più del 10%), quindi si consiglia anche in cattività di non eccedere nel proporli.
Ancora controversa è l'ipotesi relativa ad un consumo deliberato di artropodi, in particolare anellidi, gasteropodi e insetti. L'analisi fecale effettuata in habitat ha peraltro evidenziato l'assenza di elementi a sostegno di questa ipotesi, sottolineando così il carattere saltuario di un eventuale consumo (cfr. Highfield) .
Non è peraltro mai stato osservato in natura un comportamento attivo nel ricercare queste fonti di proteine animali. Si ritiene quindi che in natura le testuggini ingeriscano alimenti con un rapporto Calcio-Fosforo pari a 4-8:1 e che un limite massimo per la regolare assunzione di proteine animali sia il 7%.

DISORDINI DIETETICI IN CATTIVITA'
Diversamente Testudo hermanni si dimostra, in cattività, un animale fortemente opportunista e poco specializzato dal punto di vista alimentare, arrivando ad accettare tutto quanto di commestibile le viene offerto.
L'abitudine ad assecondare questa tendenza porta a gravissime conseguenze per la loro salute: gran parte dei decessi occorsi in esemplari detenuti presso privati o giardini zoologici possono essere attribuiti ad un regime alimentare inadeguato, come hanno dimostrato alcuni studi effettuati in Inghilterra (rilevati da Rosskopf, 1981). La regolare somministrazione di elevati tenori di proteine animali causa sforzo renale, danni epatici, deformazioni alla corazza e può portare nel giro di alcuni anni al decesso.
Le gravi deformazioni alla corazza osservabili in alcuni esemplari nati in cattività, sono anch'esse collegate a disordini alimentari, ed in particolare all'interferenza di alcuni alimenti con l'assimilazione del calcio:
- il cavolo, gli spinaci e la barbabietola (fam. Chenopodiaceae, Brassicaceae) contengono elevati livelli di acido ossalico che inibisce direttamente il fissaggio del calcio nelle ossa;
- la carne e i prodotti di origine animale possiedono un rapporto Calcio/fosforo fortemente sbilanciato a sfavore del calcio, ciò diminuisce la portata del calcio disponibile;
- fagioli e piselli, pur essendo verdure, sono molto alti in proteine e quindi l'utilizzo regolare nella dieta è sconsigliato;
- alimenti ad alto contenuto di carboidrati, come il pane, la pasta e frutta promuovono una crescita eccessivamente rapida esponendo gli animali a problemi di salute anche gravi;
- il latte e il formaggio sono due autentici veleni per le tartarughe: poiché non possiedono gli enzimi per digerirli, essi fermentano al loro interno.

Tutti gli alimenti sopra elencati andrebbero eliminati dalla dieta in cattività.
I giovani di Testudo hermanni sembrano particolarmente portati a soffrire dei sintomi della Malattia ossea metabolica (MOM), dovuta a carenza di calcio nella dieta o alla mancata esposizione ai raggi del sole (raggi uv-b) e, da alcune osservazioni, sembra più di Testudo marginata e Testudo graeca graeca.
E' quindi consigliabile l'utilizzo per gli animali in crescita di un supplemento dietetico di carbonato di calcio da spargere sul cibo anche su base quotidiana.

RIPRODUZIONE
Il periodo riproduttivo di Testudo hermanni è esteso a tutti i mesi di attività, e ciò significa da marzo alla fine di ottobre secondo le condizioni climatiche.
Gli accoppiamenti si susseguono dalla primavera all'autunno, con un calo durante i mesi estivi più caldi; i maschi inseguono le femmine e le insidiano con morsi alle zampe anteriori, posteriori e sul capo.
L'accoppiamento vero e proprio è preceduto da una stimolazione della regione cloacale della femmina che i maschi effettuano grazie allo sperone corneo presente sulla punta della loro coda. Questa pratica, che se continuata nel tempo può fra l'altro provocare lesioni ai danni della femmina nei pressi della coda, è
accompagnata da suoni emessi per rapida emissione di aria dai polmoni.
Data la natura poco delicata di questi approcci, si consiglia di ridurre al minimo indispensabile i contatti fra maschi e femmine, o di mantenere un rapporto numerico fra i due sessi fortemente sbilanciato a favore delle femmine.
Eventuali accoppiamenti avvenuti alla fine dell'estate sono validi per la fecondazione delle uova dell'anno successivo. Le femmine sono infatti in grado di trattenere lo sperma e di fecondare le uova successivamente deposte anche per quattro anni dopo l'ultimo contatto con un maschio.
L'entrata nel periodo dedicato alla ricerca del posto più adatto allo scavo del "nido" viene avvertito da parte della femmina manifestando una particolare irrequietezza che si traduce in una frenetica attività quotidiana, nel corso della quale può essere osservata passare e ripassare accanto ad un fazzoletto di terra "candidato" e talvolta iniziare lo scavo di più buche senza portarne a termine nessuna.
Le uova vengono infine deposte in buche scavate nel terreno con le zampe posteriori, e il numero delle stesse può variare a seconda delle dimensioni della femmina. Il numero delle deposizioni è di una-quattro all'anno e si susseguono a distanza di 15-30 giorni l'una dall'altra. La media per T.h.hermanni sembra essere più vicina a due, per T.h.boettgeri a tre.
L'incubazione richiede da 50 a 90 giorni, in alcuni casi anche fino a 120; i tempi più brevi si sono registrati in incubatrici con temperatura costante di 32 gradi circa. Come noto, la temperatura di incubazione influenza il sesso del nascituro. Per Testudo hermanni si considerano i 32.5°costanti la soglia al di sopra della quale (ma non oltre i 33°!!) nasceranno solo femmine.
E' possibile osservare lo sviluppo dell'embrione attraverso il guscio dell'uovo, preoccupandosi di creare attorno una sorta di camera oscura: già dopo due-tre giorni dalla deposizione è possibile individuare nella parte superiore dell'uovo fecondato un macchietta circolare di colore grigio: è il "disco embrionale" (o discoblastula) che galleggia sul tuorlo e che con le sue segmentazioni cellulari porterà alla formazione dell'embrione vero e proprio e alle membrane che lo circondano.
La manipolazione delle uova deve essere il più possibile delicata per evitare danni all'embrione in sviluppo, in particolare deve essere mantenuta la posizione nella quale le uova erano state deposte (cioè non devono essere ruotate). In natura può accadere che uova deposte tardivamente portino alla schiusa del piccolo l'anno successivo: in questi casi l'embrione già formato sverna all'interno dell'uovo.
Dopo la schiusa, che può richiedere da poche ore a 3-4 giorni, i piccoli si trovano a dover superare uno strato di terra spesso 6-10 cm e a questa operazione possono dedicare alcuni dei loro primi giorni di vita.
Le riserve del sacco vitellino, che nel frattempo si sarà completamente assorbito, provvedono a nutrire i neonati durante questi i primi giorni.
I piccoli sbucano dal terreno: sebbene catapultati in questa "nuova dimensione" a loro totalmente sconosciuta, essi sono mirabilmente forniti di tutte le "informazioni" necessarie per far fronte ai loro bisogni.

Autore: Gionata Stancher
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri
Sabato, 26 Aprile 2014 14:21

Testudo ibera - tassonomia

Testudo ibera - tassonomia

Specie Terrestri

Testudo ibera venne descritta da Pallas nel 1814. L'epiteto "ibera" si riferisce alla sua provenienza geografica, la regione caucasica: l'Iberia, infatti, corrispondeva nell'antichità alla regione caucasica, non alla Penisola Iberica dei giorni nostri. L'interpretazione tassonomica di questa tartaruga, e di tutte quelle appartenenti al gruppo di T. graeca, subì numerose modifiche nel corso del tempo, e soprattutto negli ultimi anni. Tutto iniziò nel 1946, quando Mertens riunì le varie testuggini del mediterraneo orientale e dell'Asia minore che erano state descritte fino ad allora e contraddistinte dalla presenza di uno sperone alle zampe posteriori, in una sola specie, T. graeca, differenziando alcune forme a livello sottospecifico. Testudo graeca L. è la testuggine dell'Africa occidentale, che con la sua forma tipica, T. graeca graeca, è presente in Algeria nordoccidentale e Marocco nordorientale. La nostra tartaruga divenne quindi Testudo graeca ssp. ibera e con questo nome essa fu da allora comunemente diffusa e riconosciuta tra allevatori ed amatori. Generalmente, anzi, vennero indicati con questo nome non solo gli esemplari provenienti dal Caucaso, ma anche – e più comunemente, vista la maggiore facilità di accesso agli ambienti naturali – quelli dell'Anatolia.

Nel corso degli ultimi due decenni le metodologie di indagine tassonomica e, di conseguenza, le classificazioni proposte hanno subito una vera rivoluzione. Ciò dipende sia da un differente approccio concettuale, in quanto si tende a prediligere una classificazione strettamente filogenetica, che rappresenti con precisione i rapporti di parentela tra le varie forme, sia dall'utilizzo di metodiche fondate non soltanto sull'analisi delle variazioni morfologiche ma su studi di biologia molecolare, basati su caratteri genetici. Le nostre tartarughe non sono certo esenti da queste nuove indagini, ed è così che le interpretazioni delle varie specie e sottospecie del genere Testudo hanno subito una nutrita serie di cambiamenti. E certamente l'ultima parola non è stata ancora detta!

Come abbiamo accennato sopra, per una quarantina di anni le impostazioni di Mertens e successivamente di Wermuth & Mertens (1961) furono ampiamente accettate da tutti gli studiosi e allevatori di testuggini: si riconosceva quindi una sola specie, T. graeca, composta da un certo numero di sottospecie: T. g. graeca Linnaeus 1758, T. g. ibera Pallas 1814, T. g. terrestris Forsskål 1775, T. g. zarudnyi Nikolsky 1896, eccetera.

Fu Highfield (1990) a sostenere che le forme dell'Asia minore erano troppo differenti rispetto a quelle nordafricane per mantenere questa classificazione. L'autore propose quindi di separare T. ibera e gli altri due taxa medio orientali T. terrestris e T. zarudnyi rispetto a T. graeca. Gli argomenti portati a sostegno di questa classificazione sono assolutamente fondati e difficilmente contestabili, e sottolineano come le tre specie medio orientali siano imparentate tra loro e molto ben distinte dalle popolazioni nordafricane riferite a T. graeca. Nel concetto di questo autore T. ibera è il nome attribuito alle popolazioni di Grecia, Turchia e regione caucasica.

Da questo momento le variazioni nomenclaturali e tassonomiche si susseguono senza sosta, spesso accompagnate da descrizioni di nuove specie. E' inutile, in questa sede, ricordare tutti i lavori comparsi, e ci limitiamo a citare la revisione delle popolazioni appartenenti al gruppo di T. graeca proposta in un convegno tenutosi nel 2001 e pubblicato sulla rivista Chelonii (Chelonii, 3. Proceedings of the international congress on Testudo genus. March 7-10, 2001), in cui contributi ad opera di specialisti del genere Testudo riesaminano tassonomia e nomenclatura di tutte le numerose forme appartenenti al variabilissimo gruppo. Ciascun autore prende in esame una determinata zona geografica, cosicché, grazie agli studi dettagliatissimi degli esemplari in natura e di quelli conservati nei Musei, basati su una attenta disamina morfologica e su nutrita serie di misurazioni, probabilmente mai effettuata prima, si ridiscute l'inquadramento che deve essere attribuito alle varie forme, fornendone il nome corretto anche dal punto di vista nomenclaturale. Molto
interessate, in questo ambito, è uno studio filogenetico condotto da Perälä (2001), che evidenzia i rapporti di parentela tra le varie forme. Secondo questo approccio, il gruppo di T. graeca deve essere scomposto in numerose singole specie. Varie popolazioni dell'Asia minore sono così escluse da T. ibera, per essere inquadrate in specie a sé, a distribuzione solitamente abbastanza ristretta. Il nome di Testudo ibera verrebbe ad essere assegnato unicamente alle popolazioni del Caucaso meridionale (Georgia: Tbilisi e Azerbaijan), che comprendono la località da cui provenivano gli esemplari su cui fu basata la descrizione di ibera da Pallas. Non tutti gli autori paiono concordi: ad esempio, secondo un approccio più "classico" sarebbero riferibili a T. ibera anche le tartarughe presenti in buona parte dell'Anatolia, con eccezione di alcune zone marginali in cui sono presenti taxa distinti e localizzati (Pieh & al., 2001, fig. 1); al contrario, Vetter (2002) asserisce che gli animali anatolici non apparterrebbero a T. ibera, ma bensì ad alcune specie distinte non ancora descritte.

Come si vede, le nuove interpretazioni restano ampiamente discusse tra gli studiosi, in quanto alcuni autori prediligono un approccio che dà molto valore alle piccole differenze e considera pertanto ciascuna popolazione sufficientemente isolata geograficamente e/o geneticamente alla stregua di una specie a sé stante, mantenendo uno strettissimo rigore nell'applicazione di concetti teorici di classificazione. A questi concetti si contrappongono altri autori che danno interpretazioni se vogliamo più "tradizionali", mantenendo concetti più ampi ed inserendo le varie popolazioni in una sola specie, dai confini morfologici molto ampi, composta da un certo numero di sottospecie. In un caso avremo quindi molte "microspecie", appartenenti al "gruppo graeca", nel secondo caso invece avremo la sola Testudo graeca, con numerose sottospecie. Su questa linea si pone il citato lavoro di Pieh & al. (2001) che preferisce continuare a mantenere l'uso dell'inquadramento sottospecifico all'interno di T. graeca per la maggior parte delle popolazioni.

Fondamentalmente, i due sistemi sono in parte equivalenti, varia soltanto la dimensione della categoria "specie", più piccola, e forse più precisa nella descrizione delle parentele filogenetiche tra le varie entità, secondo i seguaci del metodo filogenetico di Perälä, oppure più grande e comprendente tutte le forme derivate dagli antenati comuni per chi predilige un approccio più tradizionale.
In realtà, pare senz'altro preferibile che T. ibera sia considerata specie a sé, e non sia più definita come sottospecie di T. graeca; troppi sono infatti i caratteri differenziali tra T. graeca e T. ibera. Differente è il discorso relativo a tutte le forme che si individuano nell'ampio areale colonizzato dal complesso di T. ibera, ciascuno dei quali può essere interpretato come specie a sé oppure inserito entro T. ibera. Sulla base dei dati ottenuti dall'analisi filogenetica, proposta da Perälä (2001), T. ibera parrebbe essere alla base, in un tentativo di ricostruzione delle linee evolutive del genere, di tutto il gruppo di specie del gruppo di T. graeca; si separerebbero poi due gruppi, uno comprendente le specie nord-africane, tra le quali la vera T. graeca ed uno comprendente quelle del mediterraneo orientale, Anatolia e Medio Oriente; la specie più evoluta di questo gruppo sarebbe T. marginata.

C'è ancora da aggiungere, al di là delle classificazioni, che la maggior parte degli animali che alleviamo sono di provenienza sconosciuta, e che molto spesso quelle nate in allevamento derivano da incroci tra genitori di origine geografica conosciuta, spesso differente, e non corrispondono quindi più alle popolazioni naturali. Risulta quindi molto complesso, praticamente impossibile, riferire ad una delle microspecie" recentemente descritte i nostri esemplari. Per tale motivo, potremo "permetterci" di utilizzare le nuove interpretazioni tassonomiche per dare un nome a qualche esemplare che possiamo incontrare nel corso di un viaggio nelle regioni di origine delle tartarughe, mentre è consigliabile limitasi a definire come T. ibera gli esemplari riferibili alle forme dell'Anatolia e vicino oriente che alleviamo se non siamo in grado di stabilire il loro "pedigree".

In considerazione del fatto che molte popolazioni sono più o meno fortemente minacciate in natura, e che i progetti di riproduzione in cattività hanno fondamentale importanza per la salvaguardia delle popolazioni in pericolo, quando conosciamo la zona di origine degli esemplari sarebbe sempre opportuno evitare accoppiamenti tra esemplari di distinta origine, in modo da mantenere l'identità genetica dei singoli taxa, siano essi interpretati come sottospecie geografiche o specie a sé stanti.

Bibliografia
Highfield A. C. 1990. Tortoises of North Africa: taxonomy, nomenclature, phylogeny and evolution, with notes on field studies in Tunisia. Journal of Chelonian Herpethology 1 (2): 1-56.

Mertens R. 1946. Über einige mediterrane Schildkröten-Rassen. Senckenbergiana 27 (1): 111-118.

Perälä J. 2001. Mophological variation among middle eastern Testudo graeca L., 1758 (sensu lato), with a focus on taxonomy. Chelonii, 3: 78-93.

Pieh A., Taskavak E. & Reimann M. 2001. Remarks on the variability of the spur-thighed tortoise (Testudo graeca) in Turkey. Chelonii, 3: 67-69.

Vetter H. 2002. Terralog: Turtles of the World. Vol. 1. Africa, Europe and Western Asia. Chimaira, Frankfurt am Main. 96 pp.

Wermuth H. & Mertens R. 1961. Schildkröten, Crocodylia, Rhynchocephalia – Das Tierreich. Berlin, 100: i-xxvii + 174 pp.

Autore: Massimo Meregalli
 
Pubblicato in Tartarughe terrestri
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